“Saturnia tellus. Definizioni dello spazio
consacrato in ambiente etrusco, italico, fenicio-punico, iberico e celtico”
Convegno
internazionale di studi (Roma, 10-12 novembre 2004)
sotto l’Alto Patronato del
Presidente della Repubblica Italiana Promotori: v CNR, Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del
Mediterraneo Antico Ø Direttore:
Francesco Roncalli di Montorio Ø Referente: Sergio Ribichini v
CSIC, Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma Ø
Direttore: Manuel Espadas Burgos Ø
Referente: Xavier Dupré Raventós Ø
con il contributo del Ministerio de Educación y Ciencia v
École Française de Rome Ø Direttore: Michel Gras Ø Referente: Stéphane Verger Ø http://www.ecole-francaise.it
Idee Guida
Ci si propone di affrontare i problemi che contrassegnano le delimitazioni e le rappresentazioni dello spazio consacrato nel Mediterraneo antico, favorendo il dialogo tra specialisti di varie discipline su un tema d’interesse comune. Il convegno s’inserisce nei programmi di ricerca scientifica che le tre istituzioni promotrici perseguono da tempo e ancora ripropongono con rinnovati progetti: Ø
per l’École Française de Rome si debbono anzitutto
ricordare alcuni convegni degli ultimi anni e più particolarmente la tematica
« Le fait religieux. Pratiques, rites et comportements », ora
prevista dal programma scientifico per il quadriennio 2004-2007 e nella quale
bene s’inserisce questa iniziativa. Tra le pubblicazioni più recenti sono da
ricordare in proposito: A. Vauchez (dir.), Lieux sacrés, lieux de culte,
sanctuaires. Approches terminologiques,
méthodologiques, historiques et monographiques, Roma 2000, con gli Atti della tavola rotonda
organizzata il 2 e 3 giugno 1997; S. Verger (ed.), Rites et espace en pays
celte et méditerranéen. Étude comparée à partir du village d’Acy-Romance (Ardennes,
France), Roma 2000, con gli Atti della tavola rotonda organizzata il 18 e
19 aprile 1997; J.-L. Brunaux – S. Verger (edd.), Les rites de victoire,
in stampa, con gli Atti del colloquio internazionale svoltosi il 19-21 aprile
2001; e ancora: V. Defente, Les Celtes en Italie du Nord: Piémont
oriental, Lombardie, Vénétie du VIe siècle au IIIe
siècle av. J.-C., Roma 2003; S. Agusta-Boularot – X. Lafon (dir.), Des
Ibères aux Vénètes, Roma 2004. Ø la Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma, del CSIC, con questo convegno sviluppa temi prediletti dei propri programmi di ricerca, in campo storico e archeologico, proseguendo l’itinerario degli incontri di studio organizzati in tale ambito negli ultimi anni. Sono da ricordare ad esempio: T. Tortosa – J.A. Santos (edd.), Arqueología e iconografía. Indagar en las imágenes, Roma 2003, con i risultati di una riunione scientifica promossa nell’inverno del 2001 in proseguimento ideale di un incontro di studio svoltosi nel 1993 (cf. R. Olmos – J.A. Santos [edd.], Iconografía ibérica e iconografía itálica: propuestas de interpretacion y de lectura, Madrid 1997); J.Á. Zamora (ed.), El hombre fenicio. Estudios y materiales, Roma 2003; D. Segarra Crespo (edd.), Transcurrir y recorrer. La categoría espacio-temporal en las religiones del mundo clásico, Roma-Madrid 2003, con gli Atti del I seminario hispano-italiano de Historia de las Religiones, tenutosi il 16-17 febbraio 2001; P. Xella – J.Á. Zamora (edd.), Epigrafia e Storia delle religioni. Dal documento epigrafico al problema storico-religioso (= Studi Epigrafici e Linguistici sul Vicino Oriente Antico, 20, 2003), con gli Atti dell’incontro di studio organizzato dalla Escuela il 28 maggio 2002, in collaborazione con l’Istituto per la civiltà fenicia e punica “Sabatino Moscati” del CNR italiano. Ø l’Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico, del CNR, qui trova motivo di approfondimento per le questioni metodologiche, per l’approccio interdisciplinare negli studi antichistici e per le tematiche storico-religiose: temi ai quali da sempre i ricercatori dell’Istituto dedicano particolare attenzione, con riferimento specifico al mondo etrusco-italico e a quello fenicio-punico, ma anche nel più generale contesto delle varie identità culturali del Mediterraneo antico. Tra i risultati delle iniziative promosse negli ultimi anni vi sono ad esempio: il volume S. Ribichini – M. Rocchi – P. Xella (edd.), La questione delle influenze vicino orientali sulla religione greca. Stato degli studi e prospettive della ricerca, Roma 2001, con gli Atti del colloquio internazionale svoltosi a Roma, il 20-22 maggio 1999, in collaborazione tra l’Istituto per la civiltà fenicia e punica “Sabatino Moscati” e l’Istituto di Studi Micenei ed Egeo-Anatolici, entrambi del CNR; l’incontro di studio Oriente e Occidente: metodi e discipline a confronto. Riflessioni sulla cronologia dell’Età del Ferro italiana, organizzato il 30-31 ottobre 2003 in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Storiche, Archeologiche e Antropologiche dell’Antichità dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”; il già citato incontro di studio su Epigrafia e Storia delle religioni e il colloquio Archeologia e Religione, svoltosi il 15 dicembre 2003 su iniziativa del Gruppo di contatto CNR per lo studio delle religioni mediterranee. Partecipano a questo Convegno una quarantina di studiosi di varie nazionalità (italiana, francese, spagnola, tunisina, belga) variamente interessati all’archeologia, alla filologia e alla storia dell’arte e alla storia delle religioni, invitati ad realizzare una qualificata riflessione collegiale sul tema e sui problemi posti dalla sua analisi. Accanto agli studi che fanno il punto delle conoscenze da tempo acquisite e non ancora adeguatamente valutate, altri contributi pongono a frutto nuovi metodi e strumenti d’indagine e i risultati di ricerche recenti aventi stretta attinenza al tema. L’ambito culturale prescelto vuole indirizzare l’attenzione su civiltà sviluppatesi precedentemente o indipendentemente rispetto al mondo greco e romano (etrusca, italiche, fenicia e punica, iberica, celtica), per le quali forse sono minori le fonti d’informazione, ma che pure si prestano a positivi sviluppi delle conoscenze sul più generale contesto del Mediterraneo occidentale antico, in epoche antecedenti l’avvento del Cristianesimo. Non mancheranno, tuttavia, momenti ed elementi di confronto con le civiltà classiche. Il titolo Saturnia tellus è stato scelto a mo’ di “logo”, per fare immediato rinvio unitario alla visione greca del mondo occidentale, estraneo alla cultura ellenica e come tale immaginato (e conglobato) quale regno del dio sconfitto e relegato in tali contrade dall’olimpico Zeus. L’indicazione d’apertura nel sottotitolo (Definizioni) sottolinea l’ampia libertà di approccio tematico e metodologico che, in sede di ricerca, viene lasciata ai partecipanti, per giungere eventualmente a risultati condivisi tramite la valutazione comparativa delle differenze, osservabili nelle diverse culture oggetto d’esame, e secondo i parametri d’indagine adottati (linguistici, archeologici, iconografici, storico-religiosi, ecc.). L’indicazione suggerisce altresì la presenza di contributi rivolti alle concrete delimitazioni dello spazio consacrato, oppure alle sue rappresentazioni sul piano dell’elaborazione mitica, illustrativa, ecc. L’aggettivo consacrato viene preferito a quello più diffuso di sacro, per evitare accentuazioni fenomenologiche di una “categoria” (lo spazio sacro) che deve eventualmente risultare come strumento o esito della ricerca (in tutte le sue distinzioni e articolazioni, storicamente realizzate o immaginate) e non come suo presupposto. In linea con quest’ultima opzione, taluni contributi insistono su momenti e comportamenti rituali tesi a individuare e isolare sacralmente un determinato tipo di spazio, sia esso naturale (grotte, montagne, acque termali) o edificato (templi, santuari, necropoli), reale o rappresentato, urbano o extraurbano, con frequentazione libera/riservata/esclusa, ecc. Un certo gruppo di relazioni presenta invece un articolato panorama di luoghi sacri del Mediterraneo antico (dal Veneto alla Lucania, da Malta alla Sardegna, dal Nord-Africa all’Iberia, dalla Gallia meridionale a quella settentrionale), esaminandone la topografia, l’organizzazione e gli sviluppi. Alcuni studiosi concentrano la propria attenzione sui problemi dell’iconografia o della terminologia dello spazio consacrato; altri indagano sulle ideologie connesse a tale spazio e sulla dimensione mitica dello spazio “marginale”. V’è infine chi propone studi sulle dinamiche dei luoghi sacri, realizzate attraverso i rituali e la destinazione d’uso: tipologie delle sepolture/luoghi di culto/depositi di resti sacrificali o di ex-voto; distribuzione del corredo e delle offerte; logiche dell’architettura, dell’arredamento e dell’orientamento; peculiarità nella disposizione di quanto caratterizza lo spazio consacrato come tale (resti umani e sacrificali, oggetti votivi o altro); riutilizzazione dello spazio in questione con altri scopi; e così via. I lavori si svolgono secondo un articolato programma di relazioni, di comunicazioni e di interventi d’altro tipo sul tema. Una Tavola Rotonda consente di confrontare e valorizzare la varietà e la complementarietà degli approcci disciplinari. Un Case-Study, avente come oggetto gli scavi nella grotta-santuario di Ostuni, condotti da una équipe di studiosi italiani e francesi, serve a mostrare la possibilità e i frutti della collaborazione interdisciplinare. Una Sezione di Progetti e scavi recenti vuole invece segnalare programmi di ricerca in atto e assicurare la completezza della trattazione. Una serie di pannelli sollecita inoltre l’attenzione su nuovi metodi e strumenti per lo studio del tema, sotto forma di poster e con particolare riferimento alla archeoastronomia e alle discipline informatiche. Qualche contributo, infine, sarà consultabile solo negli Atti del Convegno, dal momento che gli Autori in questione, per impedimenti sopravvenuti, si sono trovati nell’impossibilità di essere presenti a Roma durante i lavori o di perfezionare la propria partecipazione.
Organizzazione
Ø
École Française de Rome (=
EFR) § Piazza Farnese, 67 – 00186 Roma § Tel.: (0039) 06 68601232 §
Fax:
(0039) 06 6874834 §
E-mail: dirant@ecole-francaise.it (Stéphane
Verger) secrant@ecole-francaise.it (M.me Véronique Sejournet) Ø
Escuela Española de
Historia y Arqueología en Roma, CSIC (= EEHAR), con il contributo del
Ministerio de Educación y Ciencia §
Via di
Torre Argentina, 18, 3° – 00186 Roma §
Tel.: 06
68100008 §
Fax: 06
68309047 §
E-mail: dupre@csic.it (Xavier Dupré Raventós) barrondo@csic.it (Sra. Esther Barrondo). Ø
Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del
Mediterraneo Antico, CNR (= ISCIMA) §
Via di Villa Massimo, 29 – 00161 Roma (sede dell’ISCIMA), e CNR,
Area della Ricerca di Roma – Via Salaria km 29,300, c.p. 10 – 00016
Monterotondo stazione (Roma) (sede della Sezione di ricerca per la
Civiltà fenicia e punica “Sabatino Moscati”, dello stesso ISCIMA) § Tel.: 06 44239696 – 06 44239470 – 06 85301934 § Fax: 06 44239379 (sede Istituto) / 06 90672461 (sede Sezione) § E-mail: ribichini@mlib.cnr.it (Sergio Ribichini) b.zambrano@iscima.cnr.it
(Sig.ra Bianca Lea Zambrano) Sedi del Convegno: Il Convegno è ospitato, nelle diverse giornate, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (nella sede di Piazzale Aldo Moro, 7 – 00185 Roma), dalla Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma (nella sede di Via di Torre Argentina, 18) e dalla École Française de Rome (nella sede di Piazza Navona, 62). Segreteria: La Segreteria è costituita presso l’Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico, del CNR, ed è coordinata da Sergio Ribichini. Collaborano per l’Istituto: Giovanni Montalto (amministrazione), Bianca Lea Zambrano e Fausto Materazzo (archivio e segreteria), Sergio Riccardi (coordinamento organizzativo), Maria Teresa Francisi e Laura Attisani (ricerca iconografica e grafica computerizzata), Paola Moscati e Claudio Barchesi (servizi informatici).
Programma dei
lavori
Mercoledì 10 novembre 2004 Consiglio
Nazionale delle Ricerche – Piazzale Aldo Moro, 7 9,00 Apertura
dei lavori e saluto dei responsabili delle Istituzioni organizzatrici. 9,45 Maria
Giulia Amadasi Guzzo (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”), Il santuario di Tas Silg (Malta) in base alle
iscrizioni fenicie. 10,15 Dominique Briquel
(Université de Paris – IV, Sorbonne), L’espace consacré
chez les Étrusques: réflexions sur le rituel étrusco-romain de fondation des
cités. 10,45 Anna Maria Gloria Capomacchia (Università degli Studi di
Roma “La Sapienza”), Ai margini del mondo: lo spazio dell’esplorazione. 11,10 Pausa. 11,30 Carlos Gómez Bellard (Universidad de Valencia), Espacios
sagrados en la Ibiza púnica. 12,00 Giovanni Colonna (Università degli Studi di Roma “La
Sapienza”), La delimitazione dello spazio consacrato nei santuari
d’Etruria. 12,30 Ricardo Olmos Romera (Instituto de Historia – CSIC,
Madrid), La simbolización del espacio sagrado en la iconografía ibérica. 13,00 Discussione. 15,00 Laura Bonomi (Soprintendenza per i Beni Archeologici
dell’Umbria, Perugia), Lo spazio consacrato in ambiente umbro: ideologia e
strutture. 15,30 Matthieu Poux (Pôle Archéologie du Département du Rhône, Lyon –
Université de Nîmes-Vauban), Du Nord au Sud: définition et fonction de l’espace consacré
en Gaule indépendante. 16,00 Pierre-Yves Lambert
(CNRS et École Pratique des Hautes Études, Paris), Le “nemeton” gaulois,
et les lieux consacrés connus à travers l’épigraphie gauloise. 16,30 Pausa. 16,50 Ahmed Ferjaoui
(Institut National du Patrimoine, Tunis), Le culte de Baal Hammon a-t-il connu une
évolution de l’époque punique à l’époque romaine? Le cas de Henchir el-Hami
dans le pays de Zama (Tunisie centrale). 17,20 Un Case-Study:
Donato Coppola (Museo di Civiltà preclassiche della Murgia meridionale,
Ostuni) – Martine Denoyelle (Institut National d’Histoire de l’Art, Paris) –
Martine Dewailly (EFR, Laboratoire d’Archéologie, Roma) – Sébastien Lepetz (UMR 5197,
Archéozoologie, histoire des sociétés humaines et des peuplements animaux, Paris) – Paolo Poccetti (Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”) –
William Van Andringa (Université de Picardie “Jules Verne”, Amiens), La
grotte de Santa Maria di Agnano (Ostuni) et ses abords: à propos des critères
d’identification d’un sanctuaire messapien. 18,00 Discussione. Metodi e strumenti: Paola
Moscati (ISCIMA-CNR, Roma), I nuovi orizzonti dell’archeoastronomia
(poster). Giovedì 11 novembre 2004 Escuela
Española de Historia y Arqueología en Roma, CSIC – Via di Torre Argentina, 18 9,00 Adele
Campanelli (Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo, Chieti), Topografia
del sacro: spazi e funzioni in alcuni santuari dell’Abruzzo repubblicano. 9,30 Luisa
Migliorati (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”), Peltuinum. Un
caso di “pietrificazione” di un’area di culto. 9,50 Mariolina
Gamba (Università degli Studi di Padova) – Giovanna Gambacurta (Università
Ca’ Foscari di Venezia) – Angela Ruta Serafini (Soprintendenza per i Beni
Archeologici del Veneto e Museo Nazionale Atestino, Este), Spazio designato
e ritualità: segni di confine nel Veneto preromano. 10,20 Corinne Bonnet
(Université de Toulouse II – Le Mirail), Dove vivono gli dèi? Il santuario
come casa sulla base della terminologia fenicio-punica e semitica in
generale. 10,50 Ida Oggiano (ISCIMA-CNR, Roma e Università degli Studi di
Pisa), Lo spazio sacro fenicio rappresentato. 11,10 Pausa. 11,30 Olivier de Cazanove (Université de Paris – I, Sorbonne), Dal
recinto al tempio: osservazioni sull’evoluzione di qualche santuario italico. 12,00 Sylvia Estienne
(Université de Picardie “Jules Verne”, Amiens), Pour une définition
rituelle de l’espace sacré dans le monde romain. 12,20 Marco V. García Quintela (Universidade de Santiago de
Compostela), De la Arqueología al Mito: el santuario de la Edad del Hierro
de “A Ferradura” (Amoeiro, Galicia) en su contexto arqueológico y religioso. 12,50 Maria Rocchi (ISCIMA-CNR, Roma), I monti: uno spazio al
servizio di un pantheon. 13,10 Discussione. 15,00 Simonetta Stopponi (Università degli Studi di Macerata), Un luogo per gli dèi nello spazio per i defunti. 15,30 Filippo Delpino (ISCIMA-CNR, Roma), La morte
ritualizzata. Modalità di sepoltura nell’Etruria protostorica. 15,50 Paolo Bernardini (Soprintendenza Archeologica di Cagliari e
Oristano, Cagliari), La morte consacrata. Spazi, rituali e ideologia nella
necropoli e nel tofet di Sulcis fenicia e punica. 16,20 Pausa. 16,40 Massimo Botto (ISCIMA-CNR, Roma e Università degli Studi di
Napoli “Federico II”), Organizzazione dello spazio funerario nel Latium
Vetus. 17,00 Yann Leclerc
(Université de Bordeaux – 3), Espaces souterrains consacrés en
Cyrénaïque : les exemples de Slonta et d’Hagfa El Khasaliya. 17,20 Progetti e scavi recenti: interventi previsti di
John Scheid (Collège de France, Paris), Silvia Bullo (Università degli Studi
di Padova), William Van Andringa (Université de Picardie “Jules Verne”,
Amiens) e altri. 18,10 Discussione. Venerdì 12 novembre 2004 École Française de Rome – Piazza Navona, 62 9,00 Víctor M. Guerrero – Manuel Calvo – Simón
Gornés (Universidad de las Islas
Baleares), Arquitectura
ceremonial, santuarios y religiosidad en la protohistoria de las Islas
Baleares. 9,30 Francisco
Marco Simón (Universidad de Zaragoza), El santuario de Peñalba de
Villastar (Teruel) y la romanización religiosa en la Hispania indoeuropea. 10,00 Francisco Diez de Velasco Abellán (Universidad de la
Laguna, Islas Canarias), Mutación y perdurabilidad del espacio sagrado: el
ejemplo de los cultos a las aguas termales en la Península Ibérica hasta la
romanización. 10,30 Giuseppe Garbati (Università degli Studi della Tuscia di
Viterbo) – Chiara Peri (Università degli Studi di Roma “La Sapienza”), Considerazioni
sul “culto delle acque” nella Sardegna punica e tardo-punica: l’esempio di
Mitza Salamu (Dolianova – CA). 11,00 Pausa. 11,20 Juan Blánquez Pérez (Universidad Autónoma de Madrid), Gli spazi sacri nei villaggi iberici. I casi del thesauros de “La Quéjola” (San Pedro, Albacete) e “El
Amarejo” (Bonete, Albacete). 11,50 Sebastián Celestino – Trinidad Tortosa (Instituto de
Arqueología de Mérida, CSIC), Evoluzione dello spazio sacro e del rituale
religioso dalla fine dell’orientalizzante al mondo romano. L’esempio della
Valle del Guadiana. 12,20 Dominique Garcia
(Université de Provence – Centre Camille Jullian, Aix-en-Provence), Les
espaces consacrés chez les Celtes en Gaule méridionale. 12,50 Giovanna Bagnasco Gianni (Università degli Studi di
Milano), Rappresentazioni dello spazio consacrato nella documentazione
epigrafica etrusca. 13,10 Discussione. 15,00 Maria Paola Baglione (Università degli Studi di Roma “La
Sapienza”), Esame del santuario meridionale di Pyrgi. 15,30 Giovanna
Greco – Bianca Ferrara (Università degli Studi di Napoli “Federico II”), Tra Greci e Indigeni: problematiche di definizione
dello spazio consacrato. 16,00 Réjane Roure
(Université de Montpellier), Nouvelles découvertes dans l’habitat du Cailar
(Gard): présentation
préliminaire d’un dépôt rituel de type
laténien dans le Midi de la Gaule. 16,30 Sergio Ribichini (ISCIMA-CNR, Roma e Università della
Calabria, Cosenza), “Saepius et nomen posuit Saturnia tellus” (Verg.,
Aen., VIII 329). 16,50 Pausa. 17,10 Tavola Rotonda: Definizioni dello spazio
consacrato nel Mediterraneo antico. Interventi introduttivi di John
Scheid (Collège de France, Paris), Paolo Xella (ISCIMA-CNR, Roma e Universität Tübingen, Altorientalisches Seminar) e Francisco
Diez de Velasco Abellán (Universidad de la Laguna, Islas Canarias).
Interventi previsti di Vincenzo Bellelli (ISCIMA-CNR, Roma), Paola Santoro
(ISCIMA-CNR, Roma) e altri. 18,15 Discussione. 18,30 Xavier Dupré Raventós (EEHAR-CSIC, Roma) – Sergio Ribichini (ISCIMA-CNR, Roma) – Stéphane
Verger (EFR, Roma), Conclusione del Convegno.
Sintesi degli
interventi
e presentazione del “Case-Study”, della Sezione “Progetti
e scavi recenti”, della Tavola Rotonda e dei Pannelli su “Metodi e strumenti”
Maria Giulia
Amadasi Guzzo
Facoltà di Scienze Umanistiche, Università degli Studi di Roma
“La Sapienza” Il
santuario di Tas Silg (Malta) in base alle iscrizioni fenicie. Tra il 1963 e
il 1970 una serie di campagne di scavo a Malta, nella località di Tas Silg,
presso Marsaxlokk, iniziate dall’allora Istituto di Studi del Vicino Oriente
dell’Università di Roma, ha messo in luce i resti di un importante santuario.
I lavori, interrotti per alcuni decenni, sono ripresi nel 1996 e sono tuttora
in corso sotto la direzione prima di Antonia Ciasca, ora di Maria Pia
Rossignani. Il santuario ha origine nel periodo preistorico maltese di
Tarxien, quando sorse un tempio a pianta lobata, in parte conservato oggi. I
Fenici nel corso dell’VIII secolo a.C. installarono il proprio luogo sacro
nel santuario preistorico, adattandolo e modificandolo nel corso dei secoli,
ma mantenendo come luogo centrale del culto l’antica struttura lobata del
tempio preistorico. Il santuario è rimasto in uso per secoli e secoli:
all’interno della struttura preistorica è stato installato un battistero. Nel corso
dello scavo sono venute in luce iscrizioni in fenicio eseguite su pietra, osso,
avorio e ceramica. Le iscrizioni su ceramica, varie migliaia, costituiscono
una novità in ambito cultuale fenicio-punico; le iscrizioni sono tutte
eseguite prima della cottura del vaso, dunque appositamente per il santuario. Si
mostreranno brevemente le principali iscrizioni “monumentali”, tutte votive,
e quelle su ceramica, databili tra il V e il II-I secolo a.C. e la loro
funzione nell’ambito del luogo sacro: esse indicano, ad esempio, quale doveva
essere la ricchezza dei doni votivi del santuario, la cui divinità era
Astarte, che è chiamata in alcuni testi “Astarte di Malta”. Questa titolatura
ha dimostrato che il santuario scavato era quello di Hera, citato nel II
secolo d.C. dal geografo Tolomeo, e nominato prima da Cicerone come fanum
Iunonis; un santuario non legato con una specifica città, ma centro di
culto e di scambio per tutta l’isola. Lo dimostra la sua posizione isolata,
dominante una baia, la presenza di mura fortificate e lo conferma il titolo
di Astarte qui venerata, erede, forse, di una precedente divinità femminile
preistorica. Le iscrizioni su ceramica si legano al culto svolto
quotidianamente nel santuario: confermano la dedica ad Astarte di offerte
alimentari, contenute spesso in pentole, che mostrano i resti dell’azione del
fuoco. Altri recipienti, che recano sigle difficilmente spiegabili, per le
loro piccole dimensioni, dovevano contenere offerte simboliche. Altri infine,
con le iscrizioni “del tempio” o “del sacerdote” o con il solo termine
“sacerdote” indicano la presenza di specifici vasi e lucerne di uso cultuale,
riservati al clero con confronti nell’area palestinese. Accanto ad Astarte,
poteva essere presente il culto del dio Milk‘ashtart, un dio identificato con
Eracle/Ercole, e quindi vicino a Melqart/Eracle, dio del quale a Malta ancora
si cerca il santuario, nominato da Tolomeo, come quello di Astarte/Hera. Maria Eugenia
Aubet
Facultat d’Humanitats, Universitat Pompeu Fabra – Barcelona Attività rituale e cerimonia di chiusura per le tombe
a incinerazione della necropoli di Tiro. L’analisi
della disposizione orizzontale delle tombe a cremazione della necropoli
fenicia di Tiro (secoli IX-VII a.C.), nel distretto continentale di Al-Bass,
così come lo studio diacronico del materiale delle oltre 80
tombe scoperte finora, consentono di proporre una ricostruzione del rituale
funerario di questa necropoli e delle complesse cerimonie di chiusura
compiute dopo la deposizione dell’urna cineraria e del suo corredo. Tali
cerimonie, lunghe e articolate nel tempo e nello spazio, permettono di
definire le pratiche funerarie e le credenze religiose connesse a una
struttura anche complessa della società. (solo
contributo scritto) Giovanna
Bagnasco Gianni
Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Università degli Studi
di Milano Rappresentazioni dello spazio consacrato nella
documentazione epigrafica etrusca. Viene sottoposta al dibattito la possibilità di individuare la rappresentazione grafica del templum etrusco in alcuni segni che compaiono su classi diverse di monumenti. La ricerca muove da alcune regolarità riscontrate anche attraverso la rilettura di iscrizioni etrusche di epoca orientalizzante, nella loro collocazione nel contesto di appartenenza. Individuata tale categoria di ordine archeologico-epigrafico, si propone in seguito il tentativo di agganciarla al più ampio quadro delle nostre conoscenze sul concetto di templum, come spazio “sacro”, nella formula ormai classica dovuta a M. Pallottino. Com’è noto, in base a essa, il cielo o un’area terrestre consacrata, indipendentemente dalle sue dimensioni e quando sussistano i due criteri fondamentali dell’orientamento e della partizione secondo il modello celeste, è uno spazio sacro. L’indagine verte dunque sulle forme e sui modi che potrebbero essere impiegati per rappresentare sull’oggetto che funge da supporto tali due criteri principali: orientamento e partizione. Maria Paola
Baglione
Facoltà di Scienze Umanistiche, Università degli Studi di Roma
“La Sapienza” Esame del santuario meridionale di Pyrgi. Il santuario meridionale
di Pyrgi, individuato nel 1983 ed ora quasi interamente esplorato per una
superficie all’incirca di 2.000 mq., appare separato dalla grande area sacra
monumentale a nord da un fossato ora prosciugato. L’area non aveva subito
alterazioni profonde né ad opera di cavatori di blocchi romani né a causa di
lavori agricoli, come si è verificato invece nel santuario monumentale.
Questo ha permesso di leggere in modo relativamente esauriente la complessa
serie di interventi che hanno segnato la vita di questo secondo santuario
pyrgense, caratterizzato da una iterazione di impianti cultuali di piccole
dimensioni (in particolare, COLONNA 1992) costituiti da “altari e sacelli”. La realizzazione di tali elementi strutturali rispondeva, in primo luogo, alle esigenze di culto diversificate nelle diverse fasi storiche di frequentazione; non sembra possibile individuare nel santuario sud i caratteri di un programma etico-politico come nel santuario nord. Lo scavo ha consentito una lettura “in parallelo” delle vicende delle due aree sacre, che vede una prima delimitazione dei due comparti verso la fine del VI secolo, un incremento degli spazi destinati al culto nella prima metà del V e mutamenti a seguito del sacco dionigiano. Nel santuario meridionale appare evidente come lo spazio sacro ad esso pertinente costituisca una sorta di “contenitore” all’interno del quale vengono definite, attraverso rituali nettamente circoscritti nel tempo e non replicati, ulteriori limitate porzioni di spazio. Le testimonianze dei rituali di offerta e consacrazione sono molto articolate e diversificate nelle modalità interramento e di delimitazione del suolo. Da evidenziare come oggetto di offerta sia in prevalenza la ceramica attica, scelta secondo criteri funzionali che hanno netto riscontro negli ambiti santuariali greci. I depositi più importanti segnano due momenti fondamentali della vita del santuario (fine VI sec., deposito ρ; prima metà V, deposito κ) e, per diverse peculiarità nel rituale e nella tipologia delle offerte, sembrano denotare una connotazione demetriaca. Rituali di “espiazione” sono individuabili nei punti in cui è stato possibile constatare o l’asportazione di strutture (muro di temenos, sacello β) oppure l’obliterazione di parti dell’area sacra, in seguito alla “colmata” – realizzata con materiali votivi o con strumenti rituali – successiva al sacco dionigiano (ad esempio, presenza di crani di bovino allineati sul limite nord-occidentale della colmata, di vasellame interrato integro, con o senza aes rude all’interno). Paolo
Bernardini
Soprintendenza archeologica di Cagliari e Oristano (Ministero
per i Beni e le Attività Culturali) – Cagliari La morte consacrata. Spazi, rituali e ideologia nella
necropoli e nel tofet di Sulcis fenicia e punica. Gli spazi consacrati della necropoli e del santuario tofet di Sulcis vengono esaminati attraverso ipotesi di lettura dei rituali che definiscono gli spazi e la loro organizzazione fisica e ideologica. La comunità politica e sociale di riferimento è l’antica città fenicia e punica di Sulcis, con la sua chora di riferimento, tra l’VIII e il V sec. a.C. Il discorso si articola nei seguenti punti: · L’uso rituale del vino nella necropoli a incinerazione fenicia di San Giorgio di Portoscuso (VIII sec. a.C.) e il suo collegamento con la tradizione del marzeah e l’ideologia della “eroizzazione” del defunto. Si illustra in particolare il contesto funerario dell’incinerazione n.10 e si propongono rapporti con la presenza e l’uso del vino nello svolgimento dei funerali e nella composizione dei “corredi” delle necropoli fenicie di Sardegna tra il VII e il VI sec. a.C. · La complessa articolazione rituale che emerge nella sistemazione dei “campi d’urne” legati alle fasi più antiche del santuario tofet di Sulcis, tra l’VIII e il VII sec. a.C.: la disposizione di oggetti di tipo particolare, all’interno e intorno alle urne cinerarie, come vasellame di tipo “miniaturistico”, elementi in piombo, l’attestazione di una forte tradizione indigena in molti dei manufatti adibiti a cinerari suggeriscono letture complessive profondamente distanti dalle interpretazioni tradizionali, principalmente dipendenti dalle fonti, sulla natura del santuario. · La “scenografia” della morte e della sepoltura nella necropoli punica monumentale di Sulcis nel V sec. a.C.: vengono analizzati alcuni esempi di sistemazione dei feretri e dei corredi all’interno delle tombe a camera e, in particolare, lo straordinario contesto “egittizzante” della tomba n. 7. Juan Blánquez Pérez
Facultad de
Filosofía y Letras, Universidad Autónoma de Madrid Gli
spazi sacri nei villaggi iberici. I casi del thesauros di “La
Quéjola” (San Pedro, Albacete) e “El Amarejo” (Bonete, Albacete). Caratteristiche degli spazi sacri nei villaggi iberici del V sec. a.C. ed evoluzione durante i secoli IV-III a.C. nei territori dell’interno della penisola. Studio architettonico e comparativo. Cultura materiale dal punto di vista della documentazione archeologica. Nell’ambito degli studi iberici la religione ha rappresentato un campo poco approfondito rispetto, per esempio, alle ricerche sul mondo funerario e sull’habitat. Agli inizi degli anni ‘70, dopo la scoperta della tomba con forma di torre di Pozo Moro (Albacete), la ricerca sulle necropoli registra un notevole sviluppo, tanto da definire, dopo 30 anni, un campo di studi consolidato. Nel 1985 furono pubblicati gli Atti di una Riunione, tenutasi a Jaén, sulla formazione dei villaggi iberici. I parametri metodologici alla base di questa problematica furono quelli sviluppati dalla scuola di Teruel e basati sulla “Archeologia dei paesaggi”, termine, questo, più idoneo rispetto al precedente di “Archeologia spaziale”. La riunione di Jaén rappresentò un punto fondamentale per la storiografia sul mondo iberico. Il ritardo degli studi sulla religione della cultura iberica è dovuto alla coincidenza di varie circostanze. Dal punto di vista pratico, la difficoltà rappresentata dalle scarse fonti greche e latine sull’argomento e l’assenza di traduzione della scrittura iberica. Dal punto di vista teorico, la difficoltà dell’Archeologia di definire problematiche ideologiche con il solo aiuto dei resti materiali. Fino alla metà del XX sec. inoltrata, la parte più consistente della documentazione di cui si sono serviti gli studi su queste tematiche è marcata dalle ricerche di Cabré y Calvo nei santuari rupestri di Despeñaperros e Castellar (entrambi nella provincia di Jaén), di Mergelina presso la Luz (Murcia), di Cuadrado presso El Cigarralejo o del poco conosciuto Cerro de los Santos (Albacete). Il tentativo di molti studiosi di definire la religione iberica con l’aiuto delle informazioni ottenute da queste ricerche è limitato da una documentazione incompleta e spesso deformata. Nonostante ciò, negli anni ‘80, si apre una nuova fase di studi riguardo a questi aspetti culturali e, soprattutto, si produce un salto qualitativo nella documentazione dei siti scavati. A partire da queste nuove premesse metodologiche si assiste a un netto cambio nella maniera di interpretare la religiosità iberica. Dai cosiddetti “spazi atipici” conosciuti nella bibliografia tradizionale sull’argomento, si è passati alla conoscenza di spazi religiosi nel contesto del villaggio iberico. Santuari di diversa tipologia che assunsero un ruolo di definizione territoriale e che rappresentano la struttura della religiosità iberica. Uno schema comune al
resto delle culture urbane mediterranee. Corinne Bonnet
Université de
Toulouse II, Le Mirail Dove vivono gli dèi? Il santuario come casa sulla
base della terminologia fenicio-punica e semitica in generale. Per designare i santuari, esistono, nella lingua fenicia e in quella punica, vari termini, fra cui, in particolare, bt e mqdš, i più frequentemente attestati. Il primo termine pone l’accento sul fatto che il tempio sia una “casa”, mentre il secondo insiste sul carattere “sacro” del luogo di culto. E’ stato realizzato dall’A., anni fa, un catalogo completo delle attestazioni di questi termini nei documenti epigrafici fenici e punici. Si partirà quindi da questo strumento di lavoro inedito per precisare i contesti d’uso di ciascun sostantivo, prestando la maggior attenzione alla dimensione geografica e diacronica delle testimonianze. A seguito di questa disamina del corpus pertinente, si vorrebbe tentare di cogliere le concezioni religiose soggiacenti alle parole. Cosa implica quanto ai modi di rappresentazione del divino il fatto che il tempio sia concepito come la “casa” delle divinità? Come viene strutturato e gestito lo spazio adibito agli dèi? Esiste una separazione netta fra la zona riservata al titolare del santuario e quella aperta ai fedeli? Il santuario come “casa” implica necessariamente una concezione antropomorfica della divinità? Come si colloca, rispetto a questo livello dell’analisi lessicografica, il problema dell’aniconismo, o meglio delle tendenze aniconiche sensibili nella religione fenicio-punica? Queste sono alcune delle domande a cui si cercherà di rispondere partendo dalla documentazione epigrafica, confrontata con i dati archeologici, per quanto possibile. In conclusione dell’analisi, si aprirà uno spiraglio comparativo, sia con la terminologia greco-romana dei luoghi di culto sia con quella ebraica, per valutare se, all’interno di una religione tendenzialmente monoteistica e centralizzata come l’ebraismo, il luogo di culto assuma una valenza differente e in quale misura il lessico ci fornisca una chiave di lettura di questa realtà. Laura Bonomi
Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria – Perugia Lo spazio consacrato in ambiente umbro: ideologia e
strutture. La presenza di santuari o di spazi consacrati in ambito umbro
appare evidente dalla seconda metà del VI sec. a.C. L’analisi dell’organizzazione politico-sociale umbra,
dall’orientalizzante all’età arcaica, derivata dalle ricerche archeologiche
svolte in Umbria nell’ultimo trentennio, ha permesso la ricostruzione
dell’organizzazione territoriale per alcune aree attribuibili ad alcuni
popoli umbri noti dalle fonti e quindi anche la definizione degli spazi
consacrati. Alcune costanti nella scelta dei siti destinati al culto
permettono di ipotizzare un processo ideologico e rituale legato a diversi
fattori, tra cui importante l’osservazione dei fenomeni naturali e la
strutturazione della società umbra. L’analisi delle strutture “templari” rinvenute in alcuni casi e
dei materiali votivi permettono anche di ipotizzare funzioni e prerogative
delle divinità cui gli spazi consacrati erano dedicati. Massimo Botto
Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo
Antico, CNR, Roma – Università degli Studi di Napoli “Federico II” Organizzazione dello spazio funerario nel Latium
Vetus. Lo spazio di tempo a disposizione ha consigliato di incentrare l’attenzione su una delle necropoli laziali meglio indagate negli ultimi anni, quella di Acqua Acetosa Laurentina. Attualmente sono state scavate 175 tombe, che coprono un arco di tempo compreso fra gli inizi dell’VIII e la fine del VII sec. a.C. Nell’Ottocento e ai primi del Novecento l’area fu devastata dall’attivazione di cave di pozzolana: una di queste, collocata a poca distanza dal vallo che cinge l’abitato, ha distrutto la maggior parte delle tombe più antiche. Infatti, da quanto si è potuto appurare la necropoli si estendeva sul pianoro con una chiara stratificazione orizzontale, con le tombe relative al periodo laziale II B avanzato (inizi dell’VIII sec. a.C.) collocate sul ciglio del pianoro, in prossimità del sistema difensivo, seguite da quelle del III periodo (770 - 730/720 a.C.). A partire
dalla fine dell’VIII secolo si vennero formando i cosiddetti “circoli”, che
per la necessità di spazio furono realizzati sulla parte del pianoro più distante
dall’abitato spezzando in questo modo la stratificazione orizzontale della
necropoli. Il fenomeno, che riguarda le tombe dei periodi IV A1-2
(730/720 - 640/630 a.C.) e IV B (640/630 - 580 a.C.), si lega alla formazione
di gruppi che manifestano legami di tipo gentilizio, per cui intorno alla
tomba del capostipite della gens si
realizza un’ampia area di rispetto di forma circolare, all’interno della
quale si dispongono in posizione periferica le sepolture degli altri membri
del gruppo emergente. La consolidata superiorità di queste élites si manifesta inoltre nella
realizzazione di tombe monumentali e nell'acquisizione di beni di prestigio,
in gran parte importati grazie ai commerci avviati con i mercanti greci e
fenici le cui imbarcazioni potevano agevolmente raggiungere la foce del
Tevere, oppure commissionati alle locali maestranze già in grado di elaborare
con gusto autonomo gli Status Symbols delle ricche corti
vicino-orientali. Dominique Briquel
Université de Paris
IV, Sorbonne L’espace
consacré chez les Étrusques: réflexions sur le rituel étrusco-romain de
fondation des cités. S’agissant des Étrusques, le cas le plus connu de
structuration religieuse de l’espace est certainement celui qui concerne
l’espace de la cité, rituellement fondée. Les rites de fondation des cités
que pratiquaient les Romains, les sources nous le répètent à l’envi, étaient
d’origine étrusque et Romulus, lorsqu’il avait fondé Rome, n’avait fait que
les emprunter à ses voisins du nord. Aussi disposons-nous d’une documentation
assez abondante, regardant presque toujours les faits romains, mais qui
paraît s’accorder avec ce que nous percevons des données proprement
étrusques, à travers les textes et l’archéologie. Ce rituel de fondation
étrusco-romain aboutit à la construction d’un espace nouveau, hétérogène au
reste de la surface terrestre. Il en isole une partie, par le creusement du
sillon primordial qui permettra de fixer, un peu en arrière de la muraille,
le pomerium. Cette portion de la surface terrestre, la zone intrapomériale,
aura dès lors des caractères particuliers, qui la mettent à part du reste de
la terre. Il s’agit d’un espace centré, construit autour du mundus,
qui va désormais jouer le rôle de centre du monde, à la fois sur un plan
horizontal, en ordonnant le reste de la surface du globe par rapport à lui,
et sur un plan vertical : sa relation, évidente, avec le monde souterrain,
mais également avec le ciel (auquel il doit sa forme et son nom) en font un
axe du monde, qui relie à la terre le monde des dieux célestes et celui des
divinités chtoniennes et infernales. Il s’agit également, au moins en théorie, sinon d’un
espace rigoureusement déterminé par une forme et une orientation précises, au
moins d’un espace qui tend à s’inscrire dans les grands axes de l’univers, ce
qui confirme la dimension cosmique de l’acte de fondation : il vient
introduire l’ordre dans ce qui était indistinction et chaos, ce qui
est une des significations de la mise à mort de Rémus par son frère dans la
légende de fondation de Rome. La création par le rite de cet espace
radicalement nouveau, par rapport auquel va dès lors s’ordonner le reste de
l’univers, ne le constitue pas en espace sacré, bien au contraire. Le rite
n’a pas pour effet de consacrer le sol intrapomérial, mais, outre de le
définir (effatio), de le libérer (liberatio), ce qui signifie
qu’il sera débarrassé de toute présence divine pouvant se révéler gênante. La fondation a donc pour effet d’éloigner le sol de la
cité du sacré, de séparer ce qui est humain de ce qui est divin. Cela ne
signifie pas pour autant que les dieux se désintéressent de la cité : d’une
part, ils font bénéficier la ville rituellement fondée de ce surcroît de
faveur qu’exprime le terme d’inauguration ; d’autre part l’homme ménage sur
le sol de la cité des espaces spécifiques, ceux des temples, qui font l’objet
d’une consécration, et autorisent un rapport avec le dieu auquel le temple
est dédié, dans le cadre ordonné de la religion. Jean-Louis
Brunaux CNRS - UMR 8546
(Laboratoire d’Archéologie de l’ENS) – Paris Lieux
consacrés pour la pratique du culte chez les Celtes du nord de la Gaule. État
des connaissances. Synthèse des
données archéologiques (configuration des lieux, aménagements, rites...).
Comparaison avec les témoignages littéraires. Recherche des influences
étrangères. (solo
contributo scritto) Adele
Campanelli
Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo – Chieti Topografia del sacro: spazi e pratiche religiose in
alcuni santuari dell’Abruzzo repubblicano. L’intervento esporrà sinteticamente le problematiche relative ai dati che sono emersi nel corso di recenti scavi e studi dei santuari di Teate Marrucinorum (Chieti), Lucus Angitiae (Luco dei Marsi), Corfinium (Corfinio), Castel di Ieri. In un quadro di diffusione capillare di modelli romanizzati sono leggibili caratteristiche autonome proprie dei diversi contesti territoriali, nella tipologia architettonica, nella disposizione urbanistica ed anche nelle pratiche cultuali. A complessi monumentali strutturati all’interno di centri che mostrano tessuti urbani regolari in aree non direttamente influenzate dalla cultura romana, si contrappongono “santuari rurali” le cui caratteristiche architettoniche fanno riferimento in alcuni casi a modelli urbani in altri conservano tradizioni costruttive indigene. Nel caso di Teate Marrucinorum (Chieti) verranno presi in esame i due complessi sacri dell’acropoli e del foro rinnovati nel II sec.a.C. Le nuove ricerche nel sito della città sacra ad Angitia, in terra marsa, saranno l’oggetto di una breve esposizione sulle particolarità dell’impianto architettonico dei templi caratterizzati dalla presenza della doppia cella. Corfinio e Castel di Ieri, ambedue in territorio peligno, rappresentano due casi significativi di santuari extraurbani: l’uno più vicino alle tradizioni “indigene” documentate in altri siti anche nel vicino Molise, l’altro invece, voluto dalla comunità paganica locale, su un precedente luogo di culto caratterizzato da un edificio in terra cruda, presenta un tempio tripartito su alto podio. Uno specifico aspetto riguarda la documentazione sul materiale fittile di rivestimento architettonico. Sotto l’aspetto dei culti praticati verrà esposto un quadro delle presenze documentate dagli scavi archeologici, nel quale particolare attenzione sarà posta alle problematiche relative alla traduzione dei precedenti locali in forme più genericamente note nell’ambiente ellenizzato. Anna Maria
Gloria Capomacchia
Facoltà di Scienze Umanistiche, Università degli Studi di Roma
“La Sapienza” Ai margini del mondo: lo spazio dell’esplorazione. La
definizione della realtà geografica conosciuta passa, nel mondo antico, prima
di tutto attraverso la determinazione di uno spazio “altro”, i cui connotati,
diversi nella formulazione da parte di ciascuna cultura, chiariscono le
caratteristiche della dimensione nella quale si vive; allo stesso tempo, ciò
consente di mettere in atto tutti i confronti possibili con un ambiente
esterno noto o, comunque, ben definito, con il quale si vogliono, o si
possono avere contatti più o meno amichevoli, ma, in ogni caso,
controllabili. Ciò che è al di fuori anche di questo spazio rientra nella
sfera del non compiutamente definito, in quella dimensione diversa che è
stata segnata, nel tempo del mito, dal carattere della marginalità. E la
connotazione mitica grava su questa realtà, rendendo continuamente presente
il rischio dell’irruzione di una dimensione che non deve più tornare. Ma il
margine del mondo è uno spazio, per così dire, elastico, come la dimensione
del mito: è uno spazio che si lascia penetrare da coloro che, ben convinti di
avventurarsi in un ambiente imprevedibile, varcano quei confini, fino a quel
momento ritenuti invalicabili –
e che, tuttavia, continueranno a mantenere un inquietante marchio di
marginalità –,
per tentare di sottrarre, ad ogni tentativo, una via di passaggio all’altra
dimensione e acquisire un nuovo spazio a quella del conosciuto. E’ lo spazio
dell’esplorazione: dei caratteri dai quali esso risulta connotato e della
particolare fisionomia che vengono ad assumere coloro che vi si addentrano,
ci proponiamo di parlare in questo contributo. Sebastián
Celestino – Trinidad Tortosa
Instituto de
Arqueología de Mérida, CSIC Evoluzione dello spazio sacro e del rituale religioso
dalla fine dell’orientalizzante al mondo romano. L’esempio della Valle del
Guadiana. Negli ultimi anni si sono realizzati scavi e studi su una serie di edifici identificati come santuari tartessici nell’area del Guadalquivir – zona centrale di Tartessos – datati intorno al pieno Orientalizzante, come per esempio i casi di Coria del Río, Montemolín, Marqués del Saltillo (Carmona) o, recentemente, il Carambolo (Camas, Sevilla). Il riflesso di questo fenomeno orientale è stato documentato, in modo evidente, nella cosiddetta area periferica di Tartessos e, principalmente, nella zona della valle del Guadiana e alla fine del Periodo Orientalizzante. Il caso concreto a cui ci riferiamo è Cancho Roano (Zalamea de la Serena) che, per le sue straordinarie condizioni di conservazione, ha permesso l’interpretazione di questo processo, anche se le circostanze del ritrovamento sono relative all’ultima fase del sito. Prima dell’incendio volontario e dell’abbandono del santuario si osserva un rituale complesso basato su tre elementi diversi: il banchetto, l’offerta e il sacrificio collettivo. Il primo elemento si realizza nell’edificio principale e si caratterizza per il ritrovamento di vasellame specifico, per l’abbondanza di oggetti di lusso e per la partecipazione limitata di pubblico. Le offerte si trovavano depositate negli spazi esterni che fiancheggiano l’edificio centrale. Esse sono di due tipi: quelle dell’ala Nord caratterizzate per la presenza di prodotti alimentari, oggetti in bronzo e la costante associazione brocca-braciere; quelle dell’ala Ovest associate all’ambito femminile come le strutture per i telai. Durante lo scavo del fosso che circonda il santuario si recuperò una notevole quantità di ossa appartenenti a vari animali, soprattutto cavalli ai quali si attribuisce un rituale specifico. Tra le ceramiche, non si documenta la presenza di forme di importazione. La fine di Cancho Roano, 390 a.C., coincide con la fine di questo modello in tutta la valle del Guadiana, e apre una fase scarsa di dati relativi a tutto il IV secolo a.C. (tranne qualche eccezione) e parte del III. Nel II secolo a.C. si intravede la nascita di un nuovo modello di organizzazione territoriale che coincide con la presenza romana e la costruzione dei primi oppida. In questa fase, lo spazio naturale di Cancho Roano acquista un nuovo protagonismo confermato dalla presenza di una grotta- santuario a soli 5 Km. dal santuario e sullo stesso asse visivo: la Cueva del Valle. Alcuni sondaggi fatti negli anni 70 documentarono abbondante materiale ceramico e, soprattutto, ex-voto di terracotta. La tipologia del materiale ceramico – vasetti miniaturistici – presenta elementi comuni con certe forme attestate nel IV sec. a.C. a Cancho Roano ed altri con morfologia già romana. Le terrecotte rappresentano corpi umani interi nudi (maschili e femminili) o parti anatomiche (piedi, gambe e teste). L’assenza di oggetti di lusso e la presenza dei tipi sopra elencati propone l’ipotesi di un culto popolare che specifica un modello nuovo di religiosità diverso rispetto a quello di Cancho Roano. Giovanni
Colonna
Facoltà di Scienze Umanistiche, Università degli Studi di Roma
“La Sapienza” La delimitazione dello spazio consacrato nei santuari
d’Etruria. Partendo dal caso esemplare di Pyrgi si cercherà di tracciare lo
status quaestionis sull’argomento. Olivier de Cazanove
Université de Paris
I, Sorbonne Dal recinto al tempio: osservazioni sull’evoluzione
di qualche santuario italico. L’identificazione
dei luoghi di culto italici, la definizione precisa delle polarità
all’interno di essi pongono non facili problemi. Delle linee di sviluppo si
possono certo cogliere, ma non sono univoche. Non si passa dappertutto né
secondo le stesse modalità dal recinto al tempio. In un primo tempo, bisogna
ridimensionare un famoso passo liviano, sul luogo di reclutamento della legio
linteata sannita, che è stato a lungo considerato come un modello per i
santuari italici. Si prende poi in esame l’evoluzione dei luoghi di culto
indigeni, a partire da qualche caso privilegiato in cui è possibile studiare
l’articolazione degli spazi e la distribuzione delle offerte. Nuovi dati in
proposito vengono forniti dallo scavo recente (nel 2003) del santuario « P »
di Civita di Tricarico, in Lucania. Filippo
Delpino
Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo
Antico, CNR – Roma La morte ritualizzata. Modalità di sepoltura
nell’Etruria protostorica. Si intende contribuire ad una
riflessione sulle problematiche relative alla distinzione fra “spazi dei
vivi” e “spazi dei morti” in Etruria nella prima età del ferro (IX e VIII
sec. a.C. in termini di cronologia tradizionale). La notevole variabilità
delle modalità di sepoltura nell’Etruria protostorica e della composizione
dei corredi funerari rende ardua una definizione di norme rituali comuni, la
cui esistenza è peraltro presumibile. Più agevole appare isolare specifici
orientamenti rituali e coglierne il mutare nel tempo, in rapporto con lo
strutturarsi delle comunità in più complesse e articolate forme di
organizzazione sociale ed alla recezione ed elaborazione di influssi
culturali esterni. La “morte ritualizzata” pare talora
accogliere espliciti riferimenti alla dimensione del “sacro” e,
conseguentemente, il sepolcro sembra assumere anche la valenza di uno “spazio
consacrato”; lo lasciano supporre l’esegesi proposta per un singolare fittile
rinvenuto in una tomba di Vetulonia sull’alto del quale è posta una figuretta
femminile nuda in atto di compianto, interpretata come immagine di una
divinità infera in qualche modo accostabile alla sfera di una Turan o di una Libitina protostorica. Francisco
Diez de Velasco Abellán
Universidad de la
Laguna – Islas Canarias Mutación
y perdurabilidad del espacio sagrado: el ejemplo de los cultos a las aguas
termales en la Península Ibérica hasta la romanización. Se planteará un
análisis del fenómeno de la transformación religiosa en los espacios termales
en la Península Ibérica (en ámbitos célticos y mediterráneos), basado en la
documentación arqueológica y epigráfica. Se hará especial hincapié en las
características específicas del ámbito termal como espacio sagrado que
presenta diferencias a nivel general de la Península Ibérica y que en época
romana conformará espacios diferentes (desde pequeños centros balneares de
influencia local a puntos que conforman, gracias a la termalidad presidida
imaginariamente por las divinidades, espacios de consenso en torno a los que
se coordinan redes viarias y núcleos vertebradores regionales que permiten
superar las estructuras identitarias prerromanas). Esta diversidad de espacios
y utilizaciones puede ser estudiada centrando el punto focal en las
poblaciones prerromanas del territorio analizado, pero también lanzando la
mirada sobre la caracterización socio-económica que diferencia los ámbitos
mediterráneos y béticos de los que tardaron más en quedar insertos en el
territorio romano. Así, la doble característica de los espacios termales en
época romana (combinando la cura higiénica con la sobrenatural) presenta
diferencias en sus elementos en distintas partes de la Península Ibérica: el
peso de lo cultual es muy notable en los ámbitos célticos en los que, además,
se puede seguir el proceso de transformación del culto hacia la vehiculación
a la romana. Será este proceso de mutación, pero a la par los elementos de
perduración de características identitarias previas, lo que la epigrafía
votiva nos permite reflejar en su variabilidad. Xavier Dupré Raventós
Escuela Española de
Historia y Arqueología en Roma, CSIC L’edificio arcaico del foro di Tusculum. Gli scavi
condotti negli ultimi anni nella città di Tusculum hanno permesso di
identificare le principali fasi della sequenza evolutiva dell’area del foro,
sorta su un pianoro situato alla base del pendio occidentale dell’arx.
Di particolare rilievo è, nelle prime fasi di occupazione dell’area,
l’attestazione di una notevole attività costruttiva di epoca arcaica, fino a
pochi anni fa documentata soltanto dalla nota fontana arcaica, costruita tra
la fine VI e gli inizi V sec. a.C. sul pendio settentrionale del foro, in uno
dei punti di accesso all’abitato. Le ultime campagne di scavo hanno messo in
luce, nell’angolo sud-occidentale del foro, i resti di un altro edificio,
databile nella seconda metà del sec. VI a.C. Si tratta di un basamento, in
opera quadrata di tufo, a pianta quadrangolare di ca. m. 10 di lato e con un
altezza conservata, sul lato sud, di m. 6. Dal punto di vista costruttivo,
l’edificio è definito da tre muri perimetrali, in blocchi ben squadrati, che
seguono l’andamento della topografia del colle. Tale struttura a U, aperta a
Nord verso il foro, fu quindi nella stessa fase costruttiva riempita con
blocchi di tufo, che presentano lavorazione meno accurata e costituiscono il
nucleo massiccio della costruzione. Anche se non sono stati ritrovati
elementi che consentano di ricostruire le caratteristiche architettoniche
dell’edificio che doveva alzarsi sul basamento individuato, l’entità della
costruzione e il ritrovamento di elementi architettonici fittili e di
materiali sicuramente votivi (da notare i graffiti su vasi di bucchero che
costituiscono le prime testimonianze in lingua etrusca ritrovate a Tusculum),
permettono di supporre una funzione sacra per questa costruzione. A favore di
tale ipotesi concorrono la posizione del basamento, ben evidente dalla
sottostante Via Latina, e la sua ubicazione nel punto di incrocio delle vie
d’accesso alla città. Particolarmente interessanti, poi, risultano la
sovrapposizione, sui resti dell’edificio arcaico, di una nuova costruzione
che, sicuramente sin dal periodo tardo-repubblicano ma probabilmente anche
prima, possiamo identificare con un sacellum, e la presenza di altri
edifici sacri nelle immediate vicinanze. L’edificio arcaico di Tusculum
viene, pertanto, a costituire un elemento decisivo nella definizione del
carattere sacro, mantenutosi fino all’età romana, del settore occidentale del
foro della città latina. (solo
contributo scritto) Juan Luís
Escacena Carrasco – Rocio Izquierdo de Montes
Departamento de Prehistoria y Arqueología, Universidad de
Sevilla El
paisaje sagrado fenicio de la paleodesembocadura del Guadalquivir. Se presenta una
nueva hipótesis acerca de un conjunto de yacimientos ubicados en la antigua
desembocadura del Guadalquivir. Esos sitios son bastante conocidos en la
historiografía del mundo protohistórico del mediodía de la Península Ibérica,
pero normalmente se han interpretado de forma distinta a la que ahora
proponemos. El Carambolo, lugar de renombrada fama desde que apareciera en su
cima el famoso tesoro que lleva su nombre, cambiaría radicalmente de papel,
pasando de asentamiento tartésico a santuario fenicio. Éste no sería más que
uno de los servicios religiosos creados por la colonización semita en la ría
bética, y como tal lugar de culto dependería de Spal (Sevilla) en calidad de templo extraurbano consagrado a
Astarté. La propia Sevilla no constituiría más que una colonia fenicia
fundada en el punto de máxima penetración posible para los barcos marítimos.
En las cercanías, y como apéndice a un asentamiento indígena que con el
nombre Caura controlaba la entrada
al estuario desde del Golfo Tartésico, nació un Port of Trade en torno también a otro santuario, esta vez
dedicado a Baal Saphón en calidad de divinidad protectora de los navegantes. Gran parte de los
datos para esta lectura están disponibles para los investigadores desde hace
décadas. Pero un segundo cuerpo de documentos y sus correspondientes
lecturas, especialmente los obtenidos en Coria del Río (Caura), han sido recuperados recientemente por la arqueología.
Las últimas excavaciones en El Carambolo, aún inéditas, han arrojado mucha
luz en esta interpretación. (solo
contributo scritto) Sylvia Estienne
Université de
Picardie “Jules Verne” – Amiens Pour une
définition rituelle de l’espace sacré dans le monde romain. Les définitions données par les juristes
permettent de cerner ce que les Anciens appelaient « sacré » dans
le cadre du droit public : des lieux, des objets, voire des individus
mis à part pour les dieux (cf. par ex Festus, 464L : Sacrum esse quocumque modo atque instituto
ciuitatis consecratum sit, siue aedis siue ara siue signum siue locus siue
pecunia siue quid aliud quod dis dedicatum atque consecratum sit
« on appelle sacré tout ce qui a été consacré par toute forme de
procédure et par décret de la cité, que ce soit un temple, un autel, une
statue, un emplacement, de l’argent ou toute autre chose qui a été dédiée et
consacrée aux dieux »). Suivant les modalités de la consécration et les
divinités destinataires, les juristes distinguent différentes
catégories : sacer, sanctus, religiosus. Toutefois, si ces
définitions sont claires d’un point de vue théorique, elles restent
insuffisantes pour saisir la nature de l’espace consacré d’un point de vue
religieux et sont rarement applicables pour l’analyse de cas pratiques. Aulu-Gelle (4, 9, 9) voulant définir ce qui est religiosum d’après Masurius Sabinus,
prend comme exemple les sanctuaires et les temples « parce qu’on doit
les aborder, non pas indistinctement et à la légère, mais avec pureté et en
suivant le rituel, les respecter et les révérer plutôt que les envahir » (templa quidem ac delubra, quae non uolgo
ac temere, sed cum castitate caerimoniaque adeundum, et reuerenda et
reformidanda sunt magis quam inuolganda). Comment se manifeste le respect
envers l’espace réservé aux dieux, quelles sont les cérémonies dont parle
Aulu-Gelle ? On tentera donc de réunir les témoignages sur la
perception de l’espace consacré dans le cadre rituel et, par l’analyse du
comportement des fidèles et des usages en vigueur à l’intérieur des sanctuaires,
on cherchera à préciser la définition de l’espace consacré, en privilégiant
notamment les problème de délimitation et les questions d’accessibilité, en
les confrontant aux aménagements architecturaux. Ahmed Ferjaoui
Institut National
du Patrimoine – Tunis Le culte
de Baal Hammon a-t-il connu une évolution de l’époque punique à l’époque
romaine ? Le cas de Henchir el-Hami dans le pays de Zama (Tunisie
centrale). Plusieurs auteurs anciens ont rapporté la pratique des
sacrifices humains dans le sanctuaire de Baal Hammon de Carthage. Se fondant
sur cette tradition et sur les données archéologiques, les auteurs modernes
du XIXème et d’une grande partie du XXème siècle ont
confirmé ces rites. Cependant, le réexamen de ce dossier par certains savants
à la fin du siècle dernier et la mise en doute de cette pratique ont suscité
une controverse relative à l’existence ou l’absence de cette dernière. Cette
controverse qui a obligé les partisans de cette thèse à préciser et nuancer
leurs jugements n’a pas tenu compte de la phase tardive des rites
sacrificiels qui s’était déroulée à l’époque romaine et l’évolution qu’ils
avaient connue au courant de cette longue période. Jusqu’à l’heure actuelle, ces derniers n’ont pas fait
l’objet d’une attention particulière. On s’est souvent contenté de suivre le
témoignage de Tertullien relative à l’interdiction des sacrifices humains par
Tibère tout en croyant que les fidèles pratiquaient d’une manière générale à
cette époque des sacrifices de substitution, sans nier pour autant le recours
épisodique aux sacrifices humains. Cependant, une fouille récente pratiquée
dans un sanctuaire de Baal Hammon à Henchir el-Hami dans le pays de Zama a
apporté de nouvelles lumières sur les rites sacrificiels effectués durant
cette période. Les stèles, les urnes votives, les unguentaria, les
pièces de monnaies constituent de précieux documents qui témoignent que
jusqu’à la fin du IIème siècle de l’ère chrétienne les fidèles ont
présenté à Baal Hammon sous sa forme sémitique ou romaine des offrandes
végétales, animales et humaines similaires à celles connues dans le monde
punique. Bien plus, ces pratiques ont continué mais probablement d’une
manière irrégulière jusqu’aux au début du Vème siècle. Mariolina
Gamba – Giovanna Gambacurta – Angela Ruta Serafini
Dipartimento di Scienze
dell’Antichità, Università degli Studi di Padova – Dipartimento di Scienze
dell’Antichità e del Vicino Oriente, Università Ca’ Foscari di Venezia – Soprintendenza
per i Beni Archeologici del Veneto e Museo Nazionale Atestino – Este (Padova) Spazio designato e ritualità: segni di confine nel
Veneto preromano. Il Veneto preromano ha restituito da tempo una significativa
documentazione archeologica ed epigrafica in lingua venetica che attesta una
concezione tanto istituzionale quanto sacrale della categoria di confine;
basti pensare all’epigrafe di Vicenza con la dedica agli dèi Termini, al
cippo di Padova con l’indicazione del termine di uno spazio sacro, se non ai
cippi di Oderzo con l’iscrizione “TE”, abbreviazione di teuta. A queste evidenze già note si sono aggiunte negli ultimi anni
consistenti acquisizioni soprattutto per una migliore definizione del
processo di urbanizzazione, che si avvia nei centri veneti già con l’VIII
sec. a.C. per considerarsi concluso con il VI sec. a.C. Si intende dunque presentare in questa sede una prima
elaborazione relativa all’assetto urbanistico dei due principali centri di
pianura (Este e Padova), basata sull’integrazione dei dati di recente
rinvenimento con la rilettura critica di quelli già noti. Per quanto concerne
Este una ricostruzione geomorfologica aggiornata, unitamente alla scoperta di
un nuovo santuario e di segnacoli di differente tipologia in zone critiche
dell’insediamento, permette di proporre una restituzione ipotetica della
suddivisione e della destinazione dello spazio. Relativamente a Padova il
rinvenimento di un’ampia necropoli meridionale, in aggiunta a quella
orientale già nota, di segnacoli in zone marginali, nonché di un cippo
decussato nel cuore della città, fa ipotizzare un preciso disegno
nell’organizzazione urbanistica in stretta relazione con le peculiarità
geomorfologiche del sito. La comparazione tra i due centri consente di evidenziare
analogie nelle dinamiche di sviluppo sottese alla designazione dello spazio,
ma altrettanto significative anomalie nell’uso dei “segni” e nelle
manifestazioni rituali ad essi connesse, secondo una dialettica che
intercorre tra Este e Padova dalle origini alla romanizzazione,
caratterizzando tanto la gestione del territorio quanto le manifestazioni
della cultura materiale. Giuseppe
Garbati – Chiara Peri
Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, Università degli
Studi della Tuscia di Viterbo – Facoltà di Lettere e Filosofia,
Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Considerazioni sul “culto delle acque” nella Sardegna
punica e tardo-punica: l’esempio di Mitza Salamu (Dolianova – CA). Le presenti riflessioni hanno per oggetto alcune forme religiose che, tra il IV e il II secolo a.C., diventano distintive del paesaggio rurale di Sardegna. Di norma, si tratta di pratiche cultuali caratteristiche di modesti luoghi di culto che, in diversi casi, si impostano su più antichi insediamenti di tradizione nuragica, spesso in relazione a pozzi e a sorgenti. In questa sede non si intende, evidentemente, fornire un quadro completo del complesso di pratiche rituali che comunemente passa sotto il nome di “culto delle acque” (espressione che, in realtà, richiederebbe, per una sua corretta applicazione, un’indagine più approfondita e analitica e che, in genere, accomuna contesti fortemente eterogenei tra loro). Si partirà al contrario da uno specifico contesto sacro, quello del sito di Mitza Salamu (Dolianova – CA), considerandone le caratteristiche dal punto di vista archeologico e storico-religioso, tentandone così un'interpretazione sia pure in forma problematica. L’interesse per il tema emerge dall’osservazione di una rinnovata frequentazione, nella Sardegna di età ellenistica, di alcuni contesti religiosi più antichi (templi con pozzi sacri, sorgenti), a volte riutilizzati con analogo reimpiego funzionale delle strutture preesistenti. Nello stesso periodo, sorgono nuovi santuari che, nonostante l’avanzata fase di attestazione, presentano una fisionomia complessiva che sembra richiamare modelli precedenti. Una componente fondamentale di questo fenomeno va ricercata senz'altro nell'occupazione punica e nella relativa politica agraria, ripresa nelle sue linee fondamentali anche dopo la conquista romana: tra il IV e il II secolo, infatti, nelle campagne insulari si diffondono forme devozionali indirizzate alla tutela dei beni primari di mantenimento e di sussistenza, dalla fertilità dei campi alla salute, cui sembra legarsi anche il c.d. “culto delle acque”, nelle sue varie manifestazioni. Si proverà dunque a chiarire
la posizione del culto attestato a Mitza Salamu in base al contesto storico
di appartenenza, cercando di comprendere se e in che modo la presenza di
acqua abbia rivestito uno specifico significato riconoscibile e, in particolare,
se l’uso della sorgente possa essere correlato ad analoghe tradizioni di
ambiente fenicio; si tenterà, inoltre, di individuare gli eventuali rapporti
con le manifestazioni religiose locali più antiche, tenendo presenti sia le
possibili analogie con altri siti sardi, sia le tradizioni letterarie, pur
frammentarie, attualmente disponibili in merito. Dominique Garcia
Université de
Provence – Centre Camille Jullian (CNRS) – Aix en Provence Les
espaces consacrés chez les Celtes en Gaule méridionale. La définition des monuments et
espaces religieux des Celtes de Gaule méridionale a fait des avancées
notables depuis une dizaine d’années (table ronde de Lattes publiée dans les Documents
d’Archéologie Méridionale 1992). Depuis, de nouvelles découvertes dues à
des fouilles préventives ou programmées mais également le réexamen de pièces
ou de sites anciennement exhumés ont permis de compléter le corpus initial.
Mais l’étude de l’expression archéologique des cultes préromains en Gaule
méridionale reste encore largement à mener. Les stèles anépigraphes mises au
jour sur des sites méridionaux constituent des documents dont la nature
votive est maintenant couramment admise : plus de 400 exemplaires sont
inventoriés sur une quarantaine de gisements. Elles sont réalisées dans des
roches tendres dont l’origine est rarement locale. Les analyses des modes
d’extraction et des traitements de surface témoignent de techniques
rudimentaires et de l’absence de fabrication de série. Elles devaient être
directement fichées dans le sol ou placées dans des socles. Le plus souvent,
elles ont été mises au jour dans les soubassements des enceintes ou des murs
de soutènement primitifs et sont donc contemporaines ou antérieures au plus
ancien niveau d’occupation “en dur” reconnu sur le site. Les monuments
auraient été élevés sur un habitat ou plus probablement sur le site naturel,
antérieurement à la création de l’agglomération et marqueraient la présence
d’un sanctuaire. La statuaire préromaine en pierre du midi de la France,
en particulier les représentations de “guerriers” et les “accroupis”
constitue un ensemble de pièces relativement cohérentes que l’on a attribué
pendant ces dernières décennies au deuxième âge du Fer, en particulier aux IIe
et Ier siècles av. J.-C. Depuis 5/6 ans le cadre chronologique
étroit, anciennement proposé, se disloque : certaines pièces (le buste
du Marduel en particulier) peuvent être datés du VIe siècle. Une
autre forme de sanctuaire peut être évoquée. Il s’agit d’espaces naturels,
des sommets de colline en particulier (Correns dans le Var ou sur l’oppidum
de La Cloche dans les Bouches-du-Rhône). Dès le début de l’âge du Fer, les
pratiques religieuses paraissent essentiellement vouées à des cultes
naturistes et héroïques. Ex-voto et surtout statues de guerriers devaient
être abrités des intempéries et mis en valeur par des architectures ; la
forme retenue semble être celle du portique. La construction la plus ancienne
de cette catégorie reconnue en plan est le portique de Roquepertuse que les
fouilles et l’étude du mobilier archéologique en cours ne permettent pas de
dater antérieurement à 300 av. J.-C. Cependant, la présence des piliers et de
linteaux en pierre associés aux stèles du Marduel, de Mouriès, de la Ramasse
prouve l’existence de structures architecturalement proches dès le premier
âge du Fer. Au cours du deuxième âge du Fer, les influences méditerranéennes
sont plus prégnantes. Mais les monuments cultuels des IIIe-IIe
et Ier siècles av. J.-C. (Glanon, Nîmes, d’Entremont …)
qui, pour certains, abritaient des images de guerriers sans doute plus
anciennes, ne sont pas à prendre comme des nouveautés fondamentales (une
influence italo-grecque) ou les marqueurs de pratiques religieuses nouvelles.
Nous avons simplement là, un habillage à la grecque ou à la romaine de formes
architecturales locales et d’activités installées depuis longtemps. Marco V.
García Quintela
Laboratorio de formas culturales, Instituto de Investigaciones
tecnológicas – Universidade de Santiago de Compostela De la Arqueología al Mito: el santuario de la Edad
del Hierro de “A Ferradura” (Amoeiro, Galicia) en su contexto arqueológico y
religioso. Trabajos arqueológicos de los últimos cinco años
han llevado a identificar un tipo de yacimiento nuevo en Galicia fechado en
la Edad del Hierro de probable funcionalidad sagrada. La evidencia son
petroglifos y otros indicios cuya reiteración permite identificar un modelo. Cada uno de estos espacios sagrados precisa
investigaciones específicas en diferentes grados de elaboración. Aquí
presentaremos el de A Ferradura. Se trata de una pequeña meseta en altura
que domina la confluencia del Barbantiño con el Miño con multitud de
afloraciones rocosas con grabados. Entre ellos destacan dos: ·
“O
Raposo” (= Le renard), es un grabado difícil de identificar, está situado en
un abrigo rocoso natural con aberturas naturales a través de las cuales el
petroglifo se ilumina a la puesta del sol los días 21 de diciembre y 22 de
septiembre. La roca en sí funciona además como un dial solar anual que señala
puntos significativos del paisaje en solsticios y equinoccios. Es un
heliotropo natural cuya antropización es indicada por la presencia del
petroglifo, que enfatiza la relación de la roca con el sol y el paisaje. ·
“A
Ferradura” (= Le fer à cheval) destaca por el gran
número de huellas de pie grabadas y por una estrecha grieta natural que
apunta hacia el gran castro de San Cibran de Las, al otro lado del valle.
Estos rasgos se dejan interpretar con ayuda de elementos comparativos tomados
del mundo celta. Los podomorfos se pudieron usar en las ceremonias de
investidura de reyes o jefes locales; además la puesta de sol sobre San
Cibran atraviesa la grieta de la roca los días 1 de febrero y 1 de noviembre,
correspondientes a las fiestas celtas de Imbolc y Samain, a la inversa, el
sol sale los días 1 de mayo y 1 de agosto por la cima del Coto do Castro
(otro castro que cierra el paisaje hacia el este), correspondientes con las
fiestas celtas de Beltaine y Lugnasad. Existe,
pues, una correlación entre el heliotropo de “O Raposo” que marca la
temporalidad natural (¿divina?) y la piedra de “A Ferradura” que establece el
tiempo para los ritos de los hombres. Estos hechos se pueden comparar con elementos
identificados en el estanque monumental de Bibracte y con el ritual de la tromenie
de Locronan en la Bretaña francesa. También se pueden asociar con los
conceptos espaciales presentes en el derecho augural romano. Carlos Gómez Bellard
Departamento de
Prehistoria y Arqueología, Facultad de Geografía e Historia – Universidad de
Valencia Espacios
sagrados en la Ibiza púnica. Sin duda los espacios sagrados más conocidos de
la Ibiza púnica son la gran necrópolis urbana del Puig des Molins y el
pequeño santuario de la cueva de Es Cuieram. Pero entre ambos lugares se extiende
un amplia geografía en la que caben otras manifestaciones religiosas, sean
estructuras concretas o lugares naturales, que son los que queremos tratar
aquí, en especial por su reducido número y su a menudo controvertida
interpretación. En el ámbito
urbano no conocemos ningún templo, pero si jugarían un papel importante el de
Illa Plana, situado sobre una pequeña isla en medio de la bahía junto a la
que se asienta la ciudad, y el del Puig d’en Valls, al fondo de la misma y
visible desde toda la fértil llanura que la rodea. En la parte occidental, un
posible templo dedicado a Démeter marcaría el límite urbano, al situarse
entre el extremo occidental de la necrópolis y el inicio de los campos
cultivados. En el ámbito
rural, debemos destacar tres santuarios dedicados sin duda a diferentes
cultos, marinos y tal vez agrícolas. Se trata de la ya citada cueva de Es
Cuieram, con sus conocidas ofrendas, y de dos amplias estructuras ubicadas en
lugares estratégicamente escogidos: Es Cap d’es Llibrell, al E. y S’Era d’es
Matarets al O. Ambos se encuentran al borde de impresionantes acantilados,
con una vista panorámica muy extensa, tanto hacia el mar como hacia el
interior. Los hallazgos de cerámicas de cocina y fragmentos de terracotas
aseguran su función en época tardo-púnica. En el
interior, se han interpretado como santuarios los llamados de Can Pis, Can
Jai y Ca N’Ursul. Se trata de excavaciones antiguas, y la atribución se debe
exclusivamente al hallazgo de cierto número de terracotas. Debemos de ser
precavidos, pues en las excavaciones de casas rurales de los últimos años,
así como en las prospecciones sistemáticas, se han encontrado también
terracotas y moldes, prueba sin duda de los cultos llevados a cabo en los
hogares. Nos hallamos por lo tanto ante el caso de una isla de
560 km2 en la que aparte de los cultos urbanos, sólo hallamos unas
muy escasas pruebas de ese tipo de actividades en el ámbito rural. Esto
contrasta con lo que sabemos de otros lugares mediterráneos, donde son muy
abundantes los pequeños santuarios: Etruria, Metaponto, Cerdeña
centro-oriental. Por ello es muy posible avanzar la hipótesis de que los
cultos extra-urbanos tenían lugar básicamente en espacios naturales apenas
modificados, por un lado. y en las propias casas de campo por otro, sin olvidar
en éstas el papel destacado que tendrían las pequeñas necrópolis que las
acompañan. Giovanna
Greco – Bianca Ferrara
Dipartimento di Discipline Storiche “Ettore Lepore”, Università
degli Studi di Napoli “Federico II” Tra
Greci e Indigeni: problematiche di definizione dello spazio consacrato. Si intende
approfondire le problematiche poste dalla integrazione tra Greci e Indigeni
nell’ambito delle aree santuariali; si prenderanno in esame i segni di
trasformazione, nel santuario di Hera alla foce del Sele a Paestum, al
momento del passaggio tra una frequentazione greca ad una lucana; si cercherà
inoltre di capire questi segni di interazione anche nei santuari più
propriamente indigeni dell’entroterra (la Mefite di Ansanto e la Mefite di
Rossano di Vaglio). Víctor M.
Guerrero – Manuel Calvo – Simón Gornés
Departamento de
Ciencias Históricas, Área de Prehistoria – Universidad de las Islas Baleares Arquitectura ceremonial, santuarios y
religiosidad en la protohistoria de las Islas Baleares. La investigación arqueológica de los últimos
años y, sobre todo, las más recientes series de dataciones radiocarbónicas
obtenidas a partir de contextos representativos, ha permitido renovar de
forma muy radical la visión que hasta ahora se tenía de la protohistoria de
las islas Baleares. La entidad arqueológica que identifica las islas
de Mallorca y Menorca es conocida como cultura Talayótica, y está
caracterizada por la proliferación de una arquitectura edilicia de técnica
ciclópea (Guerrero 1999; 2000) en la que proliferan edificios de aspecto
turriforme (talaiots). La cronología absoluta bien ligada a contextos
fundacionales de estos elementos arquitectónicos (Guerrero et al.
2002) nos indica que su aparición y proliferación en ambas islas no es
anterior a circa 950/900 cal. BC. La aparición y primer desarrollo de la cultura
Talayótica coincide con la consolidación de las primeras colonias fenicias en
Occidente y poco después con la fundación de ’ybšm (Ebesos o Ebusus) que, según Diodoro (V, 6) tendría lugar el 654 aC., lo que en
fechas de radiocarbono calibrado podría corresponder aproximadamente a
los horizontes cronológicos datados por radiocarbono entre c. 800-750 cal. BC. Aunque no es posible establecer una relación
directa de causa efecto, la situación histórica que vive en estos momentos el
Mediterráneo Central y Occidental, marcada por una clara hegemonía de las
navegaciones y fundaciones coloniales fenicias, debió de afectar de forma más
o menos directa a las comunidades indígenas de Mallorca y Menorca, sobre todo
a partir del c. 800/750 cal. BC cuando los fenicios colonizan una de
las islas del archipiélago balear. Coincidiendo con estos cambios tiene lugar
la aparición por primera vez en las islas de una arquitectura especialmente
dedicada a funciones religiosas. En Mallorca serán los santuarios de planta
de herradura y en Menorca las “taulas” o santuarios con el espacio interior
polilobulado y presidido por un elemento pétreo central en forma de “T”. Nuestra contribución se centrará fundamentalmente
en discutir los momentos iniciales de esta nueva manifestación religiosa, así
como los rituales observados y la iconografía que nos permite una
aproximación a las creencias talayóticas entre c. 700 y 123 BC, lo que nos
permitirá actualizar otros estudios anteriores (Guerrero 1991/92).
Forzosamente ello nos lleva también a discutir las relaciones que estas
manifestaciones tienen con la estructura social de estas comunidades isleñas). Pierre-Yves Lambert
Centre National de
la Recherche Scientifique (CRBC Brest) et École Pratique des Hautes Études,
Section des Sciences historiques et philologiques – Paris Le “nemeton” gaulois, et les lieux consacrés connus à
travers l’épigraphie gauloise. La définition du nemeton
gaulois rencontre beaucoup de difficultés. Les documents épigraphiques sont
limités: une dédicace à Vaison-la-Romaine, une autre (connue seulement par
une copie) à Villelaure. Des gloses tardives nous permettent d’assimiler le nemeton
à un bois sacré; ce qui paraît en accord avec l’existence d’un composé galate
dru-nemeton (avec premier élément étymologiquement apparenté au nom
du “chêne”), ainsi qu’avec un toponyme tardif, la forêt du Nevet
(Armorique). Cependant, le correspondant irlandais nemed a subi une
évolution sémantique importante (“asile” > “privilège” > “privilégié”). On s’attachera
principalement à l’élucidation des deux inscriptions citées, ainsi qu’à celle
de Vercelli, où est employé un autre mot (lu atom ou atos). Concernant cette
dernière inscription, Michel Lejeune avait lancé l’hypothèse selon laquelle
les “quattuor lapides” délimiteraient un sacellum, un lucus
sanctuarisé à l’intérieur du bois, nemus. Cette conception paraît en
accord avec les descriptions des sanctuaires gaulois (Viereckschanzen) et
même, dans certains cas, gallo-romains. Dans deux des trois
inscriptions, le dédicant donne sa provenance géographique ou/et peut-être sa
fonction. Cela impliquerait qu’il n’est pas exactement chez lui, et cependant
qu’il intervient à titre public. Il s’agirait donc de sanctuaires possiblement
communs à plusieurs cités, et peut-être destinés à matérialiser des relations
pacifiques entre cités voisines. On opposera le
témoignage des sanctuaires de Picardie, qui sont plutôt des sanctuaires de
frontières, voués au culte d’un dieu de la guerre auquel on sacrifiait
certainement des prisonniers, un dieu qui correspondrait assez bien au
sanglant Teutates dont parlent les Scholies de Berne. On rappellera enfin la
célèbre comparaison faite par Marie-Louise Sjoestedt entre l’expression Teutates
“Dieu de la teuta”, et le serment des guerriers irlandais, qui jurent “par le
dieu de (ma) tuath”, avec toutes les conséquences qui en découlent
pour l’historien des religions. Les dédicaces gallo-romaines “au dieu
d’Alise” ou “au dieu de Brescia” sont des formes tardives de la même
dévotion. Yann Leclerc
Universitè de
Bordeaux 3, Laboratoire Ausonius – UMR 5607 Espaces souterrains consacrés en
Cyrénaïque : les exemples de Slonta et d’Hagfa El
Khasaliya. L’implantation des colons grecs en Cyrénaïque et l’expansion de la chôra, notamment sur le haut plateau de Barka, sont relativement bien connues grâce à la recherche archéologique que viennent compléter les sources anciennes. Cette expansion se fait dans la plupart des cas au détriment des populations indigènes présentes bien avant l’arrivée des Grecs, mais pour lesquelles ne renseignent que très partiellement les auteurs classiques (Pomponius Méla, Chorographie, I, 8 ; Hérodote, IV, 180-205 ; Pline, H.N., V, 1-46, etc.). Aussi, les tribus libyennes de Cyrénaïque et
notamment leurs pratiques religieuses sont très mal connues tant la recherche
archéologique a porté principalement sur les lieux de cultes grecs, dont les
sources parlent plus volontiers. A cela vient s’ajouter le manque
d’inscription. C’est pourquoi, l’étude de deux sanctuaires qualifiés de « libyen », aux limites de la zone d’influence grecque peut permettre de mieux appréhender l’espace cultuel indigène et ouvrir des voies pour les investigations futures. Il s’agit des sanctuaires dit des « Imagini » à Slonta et celui dit des « Charrues » à Hagfa el Kasaliya. L’analyse comparée de ces espaces consacrés permet de dégager les grandes étapes de leur développement, qui suit le même schéma, à partir d’un noyau originel constitué par une petite grotte naturelle. Cette dernière est le facteur déclenchant de la « sanctuarisation » des lieux. Ce noyau primitif va cristalliser la dévotion de groupes locaux que les sources présentent comme appartenant à la tribu des Asbystes. Il sera ensuite partiellement architecturé. On assiste alors à une structuration de l’espace consacré d’origine, probablement sous l’influence des contacts avec les colons grecs. Cet aménagement se fait presque à l’identique dans les deux sanctuaires et correspond à une réorganisation du culte dans sa forme, mais pas dans le fond. Ce dernier apparaît ainsi plus clairement à travers l’organisation spatiale des lieux. Les destinataires du culte ne sont pas connus.
Cependant la présence de reliefs sculptés à Slonta et de représentations
gravées à Hagfa el Khasaliya, l’aménagement des zones de sacrifice et la mise
en relation avec les ensembles humains des zones proches fournissent un début
de réponse. Aussi la démarche suivie et les développements
apportés peuvent-ils servir à la compréhension de la sphère religieuse
indigène qui s’est développée dans la région et parfois réorientée au contact
des colons. Francisco Marco Simón
Departamento de
Ciencias de la Antigüedad, Facultad de Filosofía y Letras – Universidad de
Zaragoza El santuario
de Peñalba de Villastar (Teruel) y la romanización religiosa en la Hispania
indoeuropea. El santuario de Peñalba de Villastar (Teruel), en la
parte suroriental de la Celtiberia, domina el cauce del alto Turia, que
desemboca en el Mediterráneo atravesando Valencia, y constituye uno de los
espacios sagrados al aire libre más importantes de Hispania. Se trata de una
montaña culminada por un farallón rocoso, sobre el que se disponen diversos
conjuntos de estructuras rituales (cubetas, canalillos excavados en la roca)
en los que se llevarían a cabo libaciones o sacrificios de animales. Las
paredes de caliza blanca de caliza blanca conservan, además de múltiples
grabados, numerosas inscripciones en alfabeto latino y lenguas céltica,
ibérica y latina, fechables en los ss. I a.C. y I. d.C. La más extensa, en lengua celtibérica, menciona por dos
veces en dativo a Lugus, el gran dios céltico (Eni. orosei / uta. ticino tiatunei / trecaias. to. luguei / araianom.
comeimu / eni. orosei. equeisuique / ogris. ologas. togias. sistat. luguei.
tiaso / togias), y ha sido objeto de diversas interpretaciones. El
vocablo comeimu, de carácter verbal
(lat. conuenimus), estaría haciendo
referencia a la peregrinación al santuario de la montaña de Peñalba de gentes
de muy diversa procedencia en torno al cambio de Era. Efectivamente,
encontramos allí onomástica fundamentalmente celtibérica, pero también hay
nombres ibéricos, y -como sucede en la cueva de Fortuna, Murcia-, se
atestiguan incluso unos versos virgilianos (Aen. 2, 268-269), quizás de los comienzos de época flavia, que
denotan la presencia en el santuario de gentes con una sofisticada formación
cultural latina. Recientemente, en el transcurso del estudio integral
que estamos haciendo del santuario, hemos descubierto inscripciones inéditas
en lengua latina, que documentan una nueva personalidad divina, los nombres
latinos de peregrinos e incluso -lo que también se menciona en la cueva de
Fortuna de Murcia- la fecha en que se llevaron a cabo las visitas. Todo ello
convierte a Peñalba de Villastar en un espacio paradigmatico de romanización
religiosa. Edeta (Llíria, aguas abajo del río Turia), la Res Publica Lesserensis en El Forcall
(Castellón), Ercavica, Segobriga y Valeria en la zona de Cuenca son las
ciudades más próximas, pero están bastante alejadas, y es probable que el eniorosei de la gran inscripción
celtibérica se refiera a la ciudad de Orosis,
que acuña moneda de bronce y que sería la ciudad más próxima al santuario si,
como parece posible, se identifica con el cercano yacimiento de La Caridad
(Caminreal), en el alto río Jiloca. Sea como fuere, los datos que en la
actualidad tenemos sobre Peñalba parecen indicar que se trata de un santuario
de convergencia caracterizado por la atracción de gentes de ciuitates diversas, en un entorno
cultual de especiales características hierofánicas que justificaría la
perpetuación de las prácticas rituales anteriores en época romana. Luisa
Migliorati
Facoltà di Lettere e Filosofia – Università degli Studi di Roma
“La Sapienza” Peltuinum. Un caso di
“pietrificazione” di un’area di culto. Un’area di culto vestina viene imbrigliata nelle maglie ortogonali di una
città romana: rilettura utilitaristica di uno spazio sacro
nell’urbanizzazione del primo impero. Importante fattore di scelta per l’impianto urbano di età romana è stata la facilità dell’approvvigionamento idrico, dovuta ad una falda acquifera affiorante proprio in area centrale, collegata ad una vena le cui sorgenti puntualizzano con frequenza nel tratto vestino il percorso transumante. E’ probabile che il punto di affioramento della falda, nell’area poi occupata dal tempio principale della città, abbia costituito un motivo di sosta delle greggi già in età protostorica. Vari elementi emersi dalle campagne di scavo lasciano pensare ad una destinazione votiva per un culto all’aperto protrattasi nel tempo. Alla formulazione di questa ipotesi concorre la presenza di un blocco di pietra – con incasso a forma di H e vaschetta circolare per raccolta di liquidi – venuto in luce al di sotto del piano delle fondazioni del colonnato interno del temenos. Essendo attestata l’esistenza di altri simili elementi in area vestina, è stata già avanzata l’ipotesi di un loro preciso riferimento etnico collegato alla pratica religiosa (Campanelli). Un ulteriore elemento di continuità sacrale per l’area è dato da un silos (o cisterna?), sempre sigillato dall’intervento edilizio romano, il cui contenuto (frammenti di coppe e patere a vernice nera databili dalla fine del IV al I sec. a.C.) mostra oggetti legati alla sfera del sacro. Il rapporto tra le greggi transumanti e un luogo di culto in presenza di affioramento di una vena d’acqua, in ambiente appenninico, individua frequentemente un luogo di consacrazione ad Ercole. Al volgere del I sec. a.C. si colloca la strutturazione architettonica dell’area con un tempio inquadrato da un portico a tre bracci, che viene dedicato ad Apollo. L’ipotesi si basa in particolare su un dato epigrafico collocabile verso la fine della repubblica (Sommella). Sulla base di
una sicura continuità di destinazione cultuale dell’area, potrebbe essere
proponibile una associazione, se non sovrapposizione, di una divinità,
Apollo, profondamente legata alla persona del primo imperatore, ad un’altra,
Ercole, espressione della religiosità italica più antica e legata in modo
particolare alla figura di Antonio. Ida Oggiano
Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo
Antico, CNR, Roma – Dipartimento di Storia, Università degli Studi di Pisa Lo spazio sacro fenicio rappresentato. L’intervento
si propone di esaminare le raffigurazioni dello spazio sacro all’interno
delle diverse categorie artistico-artigianali fenicie e puniche,
dall’artigianato lapideo alla coroplastica, dalla glittica alla numismatica.
Lo scopo è quello di comprendere se vi furono una o più immagini di strutture
edilizie ritenute rappresentative della religiosità e della cultura fenicia e
punica e, attraverso l’esame diacronico delle testimonianze, di individuare
le motivazioni che portarono alla scelta del/i tipo/i iconografici
rappresentati. Grazie
all’esame comparato della documentazione iconografica e archeologica si
indagherà l’esistenza del rapporto tra gli spazi sacri reali, noti dagli
scavi archeologici, e le immagini possibilmente ad essi collegate.
Particolare attenzione sarà dedicata all’individuazione delle raffigurazioni
di quegli edifici del mondo fenicio punico, da Tiro a Cadice, la cui fama
avrebbe potuto giustificare l’esistenza di una loro rappresentazione
realistica o simbolica. L’esame dei
contesti funzionali, cronologici e geografici all’interno dei quali
circolarono le immagini, dalla Fenicia alla costa atlantica, consentirà di
porre in luce la tendenza generale a rappresentare i luoghi di culto in una
forma simbolica. Se simbolo di spazio sacro nel senso più ampio del termine
può essere considerato il disco solare alato, l’edificio di culto è
generalmente reso attraverso la rappresentazione della facciata del
tempio/sacello, fosse esso reso in stile egittizzante che grecizzante. Il
significato politico-culturale di tale simbolo verrà esaminato nel confronto
tra alcuni esempi di monete della Lixus del II-I sec. a.C. e i coevi coni
nord-africani per finire con alcune considerazioni sulla famosa moneta di
Macrino che rappresenta “realisticamente” un importante tempio di Biblo. Ricardo Olmos Romera
Instituto de
Historia, CSIC – Madrid La
simbolización del espacio sagrado en la iconografía ibérica. Si aceptamos que el paisaje es, principalmente,
una construcción social, podremos ensayar una aproximación al paisaje sagrado
ibérico a través de su representación simbólica, lo que los artesanos y sus
clientes lograron expresar a través de unas normas y unos códigos figurados
que, situados en su contexto histórico, resulta hoy posible, en una cierta
medida, descifrar. Mi texto analiza aspectos de
esa percepción: voy a ocuparme de la construcción del espacio sagrado a
través de los indicios que aporta la iconografía. La imagen, vehículo
comunicativo del poderoso –el príncipe y dinasta, las familias aristócratas
del oppidum– no deja de ser una proyección simbólica del
territorio y de sus espacios sacros. Nuestro análisis implica la historia: la
referencia territorial, exige al mismo tiempo la temporal, que el imaginario
ibérico construye generalmente utilizando unas fórmulas expresivas
histórico-míticas, mudables y recurrentes. Aludiremos a los
espacios sacros aristocráticos partiendo de las épocas más tempranas. Es
obligado citar el programa escultórico del Cerrillo Blanco de Porcuna (Jaén),
que representa a un grupo familiar de este oppidum ibérico del interior de
Andalucía oriental en el siglo V a. C. Las esculturas fijan los diversos
territorios y su formulación sacra: el ager
o campo arable, la caza, don de los dioses, los límites extremos o eschatiá, poblada por monstruos, los
animales del cielo, de la tierra y, también, los subterráneos y los que nacen
del suelo, que señalan la autoctonía. Los diferentes espacios articulan la
sociedad: el de iniciación del joven, el del guerrero, el del oikos, el de los dioses y el de los
antepasados, pues también los muertos están presentes en el espacio y tiempo
de los vivos. En época
iberohelenística, sobre todo en los años de la conquista de Hispania por
Roma, resurge la necesidad de articular míticamente el territorio. El oppidum
de Liria, a través de sus lugares sagrados que reúnen y conservan la memoria
y, generalmente, mediante el vehículo de la cerámica, construye una nueva
espacialidad: espacio de los dioses, iniciaciones de jóvenes, guerra,
territorios limítrofes, fiestas colectivas de los meliores. En esta reformulación también interviene el culto a los
antepasados. Determinadas vasijas cerámicas de lujo cumplen así su misión
representativa y conmemorativa: son expresión del nuevo microcosmos. Los mitos
fundacionales se reavivan a partir del siglo III a. C. Roma acentúa esta
narrativa a medida que necesita refundar los espacios y dotarlos de sentidos
sacros. La iconografía, principalmente sobre cerámica, abunda en las
refundaciones de sentidos. Aludiremos al labrador mítico, a Valentia y a
Elche. Y, también, a los nuevos espacios míticos de la muerte. Matthieu Poux
Pôle Archéologie du Département du Rhône, Lyon –
Université de Nîmes-Vauban Du Nord
au Sud : définition et fonction de l’espace consacré en Gaule
indépendante. En Gaule celtique, la notion d’espace sacré repose sur des critères archéologiques définis et affinés depuis bientôt trente ans, à partir des fouilles menées sur plusieurs sanctuaires du nord de la France – Gournay-sur-Aronde, Ribemont-sur-Ancre, Fesques et Acy-Romance, en particulier, dont l’aire de diffusion reste limitée à la Gaule Belgique. Ce contexte culturel imprègne la définition de pratiques et d’espaces rituels centrés sur l’aspect militaire et la consécration des dépouilles guerrières, généralisée par défaut à l’ensemble de la Gaule. La découverte et la fouille de nouveaux sanctuaires extérieurs au territoire belge permet d’élargir ces critères de définition à d’autres types d’aménagements et à d’autres catégories d’offrandes. Leur chronologie plus récente témoigne d’une évolution du rituel dans le siècle précédant la conquête romaine : la dimension guerrière s’efface au profit de conceptions et de pratiques rituelles originales, conditionnées par l’héritage historique et culturel des peuples concernés. Ces différences sont soulignées par la fouille
exhaustive d’un sanctuaire situé au cœur du territoire arverne, à Corent dans
le Puy-de-Dôme. Son plan monumental et l’ampleur des dépôts accumulés dans
son enceinte soutiennent la comparaison avec les grands sanctuaires de Cité
connus en Gaule septentrionale. La nature des vestiges et des mobiliers mis
au jour, en revanche, relève d’un éventail de pratiques plus
large (festins cultuels, rites sacrificiels et divinatoires, frappe
monétaire). Leur identification assurée, la fonction des
lieux de culte peut être envisagée dans une double perspective. La notion
d’appropriation du territoire, d’une part, exercée par les divinités et leurs
représentants (clergé et aristocratie) ; l’entretien de l’image du
pouvoir, d’autre part, par des cérémonies régulières (élections, assemblées
politiques, activité judiciaire, religieuse, émission monétaire) et des
offrandes aux divinités chtoniennes, destinées à légitimer la propriété du sol
ou le lignage (individuel ou collectif). Ces deux aspects soulèvent, sur un
plan plus général, la question de l’articulation spatiale et chronologique de
l’espace sacré par rapport au domaine profane et du statut territorial de
certains sanctuaires privilégiés comme foyer de développement urbain. Réjane Roure
Université de
Montpellier Nouvelles
découvertes dans l’habitat du Cailar (Gard): présentation préliminaire d’un
dépôt rituel de type laténien dans le Midi de la Gaule. Le Cailar est un site de l’âge du Fer dont l’étude a
débuté en avril 2000. Il s’agit d’un habitat situé au confluent du Vistre et
du Rhôny, à proximité de la lagune qui occupait dans l’Antiquité tout le sud
de la région. La fouille a révélé une forte implication dans les échanges
méditerranéens, faisant apparaître Le Cailar comme l’une des interfaces du
Midi gaulois entre le commerce massaliète et l’arrière-pays languedocien. En 2003, un important dépôt d’armes laténiennes et de
crânes humains, daté du IIIe siècle avant notre ère, a été mis en
évidence à la périphérie du site antique, à proximité immédiate de l’un des
bras du fleuve qui ceinturait le site. La campagne 2004 a permis de cerner
les limites de cet ensemble dont la fouille doit se poursuivre en 2005. Le
dépôt s’étend sur environ 25m2, il a été perturbé par des fosses
médiévales ou modernes sur son pourtour et les niveaux supérieurs ont
également été décaissés. Un vestige de canalisation romaine apparaît à ce
jour comme le seul témoin de l’occupation ayant scellé le dépôt du IIIe
siècle. Tous les éléments de la panoplie du guerrier gaulois ont été
découverts – en plusieurs exemplaires – lors des deux campagnes déjà
effectuées : épée, fourreau, bouterolle, chaînes de ceinture, umbo et
orles de bouclier, pointe de lance, soliferum. Certaines pièces sont
complètes, d’autres fragmentaires. Plusieurs objets présentent des traces de
coups pouvant probablement être interprétées comme des mutilations
volontaires. Des fibules et des monnaies ont également été découvertes dans
ce dépôt. Ce mobilier métallique côtoie des restes humains appartenant tous
exclusivement au squelette céphalique. Ces restes sont relativement
fragmentaires mais leur étude a permis de déterminer la présence de plus
d’une vingtaine d’individus, dans l’état actuel de nos recherches sur le
site. Ces éléments attestent de la pratique des têtes
coupées, dont des manifestations ont déjà été découvertes dans le Midi
(Entremont, Pech Maho, La Cloche). Par contre l’association de ces reste
humains et d’un lot important de pièces d’armement en fer est nouvelle dans
la région méditerranéenne et renvoie davantage à certaines pratiques
rituelles étudiées dans le nord de la Gaule (Ribemont, Gournay, Saint-Maur,
Montmartin). Les prochaines campagnes de fouille permettront de mieux
connaître la mise en place de ce dépôt, son organisation ainsi que son
insertion dans l’habitat du Cailar. Sergio
Ribichini
Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo
Antico, CNR, Roma – Dipartimento di Storia, Università della Calabria,
Cosenza Saepius
et nomen posuit Saturnia tellus (Verg.,
Aen., VIII 329). L’intervento posto a
chiusura del convegno riprende il titolo dell’incontro di studio, che è stato
scelto per fare immediato rinvio unitario alla visione greca di quel mondo
occidentale sentito ai margini della cultura ellenica e come tale immaginato
(e conglobato) quale regno del dio Kronos, sconfitto e relegato in tali
contrade dall’olimpico Zeus. I racconti mitici
sulla residenza del dio confinato ad ovest, sul sovrano detronizzato e
solitario che abitava alle estremità più remote della terra e del mare, sul
signore esiliato sotto la terra e sotto la distesa dei mari, verranno anche
confrontati con i dati relativi al suo culto presso popolazioni del
Mediterraneo occidentale, dalla Libia fino a Cadice e alle brume del mare del
Nord, passando per la Sicilia, l’Italia e la Sardegna. L’identificazione del
Kronos greco con il romano Saturnus offrirà ulteriori spunti per indagare
elementi di permanenza e di sviluppo, con particolare riferimento alle
topografie o geografie mitiche nei diversi contesti e specificamente al
territorio che a lui veniva intitolato. Maria Rocchi
Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo
Antico, CNR – Roma I monti: uno spazio al servizio di un pantheon. Attraverso osservazioni metodologiche ed esempi tratti dalle
religioni classiche, ci si propone di riconsiderare criticamente la
definizione di “spazio sacro” e di evidenziare come i monti siano presenti
nella struttura di una religione politeista in modo conforme ai ruoli che la
cultura riconosce loro propri. Antonella
Spanò Giammellaro
Dipartimento di Beni Culturali, Università degli Studi di
Palermo Casa del dio o casa degli uomini? Edilizia “sacra”
nella Sicilia punica. Si cercherà di verificare – attraverso il riesame comparativo
dei dati topografici, strutturali e di cultura materiale – l’effettiva
funzione cultuale di alcuni edifici identificati come “sacri” nei centri
punici o punicizzati della Sicilia, anche in relazione ad eventuali strutture
architettoniche analoghe, presenti in centri indigeni o sicelioti. (solo
contributo scritto) Simonetta
Stopponi
Dipartimento di Scienze archeologiche e storiche dell’antichità,
Università degli Studi di Macerata Un
luogo per gli dèi nello spazio per i defunti. Nello spazio
consacrato ai defunti viene definito uno spazio destinato agli dèi e al
culto: riti e depositi sacrificali nel santuario della necropoli di
Cannicella di Orvieto.
Il
“Case-Study” Donato Coppola
– Martine Denoyelle – Martine Dewailly – Sébastien Lepetz – Paolo Poccetti –
William Van Andringa
Museo di Civiltà
preclassiche della Murgia meridionale (Ostuni) – Institut National d’Histoire
de l’Art (Paris) – École Française de Rome, Laboratoire d’Archéologie – UMR
5197, Archéozoologie, histoire des sociétés humaines et des peuplements
animaux (Paris) – Università degli Studi di Roma
“Tor Vergata” – Université de Picardie “Jules Verne” (Amiens) La
grotte de Santa Maria di Agnano (Ostuni) et ses abords: à propos des critères
d’identification d’un sanctuaire messapien. Fréquentée depuis
l’époque paléolitique, la grotte de Santa Maria di Agnano a fourni une grande
quantité de matériels en contexte stratigraphique d’époque archaïque,
classique et hellénistique. L’examen croisé des différentes catégories de
matériels, par des spécialistes de disciplines différentes, permet de
préciser quels types de pratiques rituelles s’y déroulaient et de déterminer
des espaces rituellement différenciés: lieux de dépôts primaires, zones de
rejet secondaires, espaces d’occupation sans spécificité cultuelle claire.
La Sezione “Progetti e scavi recenti” Interventi
previsti di: Ø
John Scheid (Collège de France, Paris): Presentazione del progetto Inventaire
des lieux de culte de l’Italie antique Ø Silvia Bullo (Università degli Studi di Padova): Presentazione del progetto Santuari
e culti nel Nord-Africa di età imperiale Ø
William Van Andringa (Université de Picardie “Jules Verne”, Amiens): Intervento su Archéologie
du rituel : fouille d’un enclos funéraire à Pompéi Ø
e altri.
La Tavola
Rotonda “Definizioni dello spazio consacrato nel Mediterraneo antico”
v
Gli
argomenti: Ø
Come
definire lo spazio consacrato, secondo i diversi criteri (archeologia,
linguistica, storia delle religioni, ecc.); esempi di casi ambigui (il luogo
è “sacro” oppure no?); ragioni della scelta di un determinato luogo, ecc. §
Introduce:
Paolo
Xella (Istituto
di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico, CNR, Roma e Universität Tübingen, Altorientalisches Seminar) §
Qualche
spunto di riflessione: ·
La
“categoria” fenomenologica dello spazio consacrato e l’opzione storica dei
nostri studi ·
Momenti
e comportamenti rituali tesi a individuare e isolare sacralmente un
determinato tipo di spazio; ·
Concrete
delimitazioni dello spazio consacrato; ·
Sue
rappresentazioni sul piano dell’immaginazione mitica, iconografica, ecc. Ø
Come
funziona, al suo interno, lo spazio consacrato, sempre alla luce dei diversi
tipi di approccio storico. §
Introduce: Francisco
Diez de Velasco Abellán (Universidad de la Laguna, Islas
Canarias) §
Qualche
spunto di riflessione: ·
Dicotomie
tra spazio sacro/profano, naturale/artificiale, urbano / extraurbano,
significante / insignificante, sacralizzato / desacralizzato, con
frequentazione libera / riservata / esclusa, ecc., compiute mediante la
terminologia, i gesti e le procedure a tal fine adottati; ·
Dinamiche
dello spazio così configurato, realizzate attraverso i rituali e la
destinazione d’uso; “spazialità” del rito; modalità del passaggio (soglia,
confini), ecc.; ·
Tipologie
delle sepolture/luoghi di culto/depositi di resti sacrificali o di ex-voto,
distribuzione del corredo/delle offerte, logiche dell’architettura e
dell’arredamento (oggetti di culto/strumenti per il culto, ecc.) e dell’orientamento,
peculiarità nella disposizione di quanto caratterizza lo spazio consacrato
come tale (resti umani e sacrificali o altro), selezione di determinate
categorie di oggetti votivi con riferimento a determinati contesti. Ø
Modifiche
e recupero, nel tempo, di tale “definizione”: riattivazione, nuovi valori o
perdita della cosiddetta “sacralità” dello spazio in questione. §
Introduce: John Scheid
(Collège de France, Paris) §
Qualche
spunto di riflessione: ·
Riutilizzazione
dello spazio in questione con altri scopi; ·
Trasferimento
topografico; ·
Doppia
sepoltura, ecc. v
Interventi
in programma: Ø
Vincenzo Bellelli (Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo
Antico, CNR – Roma) §
L’ipogeo
del santuario della Vigna Parrocchiale a Cerveteri. Un breve riesame. §
Spunto dell’intervento è il piccolo
ipogeo rinvenuto a Cerveteri nel santuario della Vigna Parrocchiale, indagato
dal CNR negli anni ‘80 sotto la guida di M. Cristofani. Si tratta di un
ambiente sotterraneo probabilmente utilizzato come magazzino in età arcaica,
successivamente (agli inizi del V secolo a.C.) inglobato nei terrapieni di
fondazione del tempio. La scala di accesso all’ambiente fu obliterata in
quell’occasione ma, a quanto pare, l’ambiente stesso non fu riempito con
detriti e terra ma fu lasciato vuoto. Trovandoci in corrispondenza della
cella centrale dell’edificio templare, l’ipotesi è che il piccolo ipogeo
abbia continuato a vivere, nelle viscere del tempio, come apprestamento
funzionale al culto (alla Vigna Parrocchiale si veneravano divinità infere);
le poche testimonianze concrete relative alla sfera dei culti praticati
nell’area, non a caso, sono state rinvenute all’interno di questo piccolo
“sacello”, nel cui soffitto erano state praticate due aperture circolari che
lo mettevano in comunicazione con l’esterno. Il taglio del convegno stimola a
proporre un breve riesame del “caso” ceretano (appena accennato nella recente
pubblicazione Caere 4), da un punto di vista problematico e
metodologico. Ø
Paola Santoro
(Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico, CNR –
Roma) §
Il bothros della necropoli di Colle del
Forno (Montelibretti, Roma): un caso di desacralizzazione di un’area
territoriale? §
La fossa con fianchi ben definiti,
scavata nel tufo, accoglieva gli scheletri degli animali sacrificati deposti
insieme ai vasi, che erano evidentemente serviti per la cerimonia, disposti
secondo un criterio ben determinato. Sul fondo della fossa, rivestito da
tegole, erano presenti diversi esemplari di pecore e capre, subito al di sopra
insieme ad anfore ed olle di diverse dimensioni – rinvenute integre –
scheletri di due cani, parti di un maiale, di un galletto e di un piccolo
volatile, sistemato all’interno di una pisside a vernice nera; nello strato
sotto le pietre di chiusura parte di scheletro di un bovide e di un equino.
Negli strati superficiali presenza di piccole olle d’impasto bruno e brocche
in argilla depurata ed alcuni frammenti di piatti a vernice nera. La fossa
risultava sigillata con pietre di calcare gessoso e spezzoni di tegole. La
datazione del deposito, sulla base della tipologia delle ceramiche è
inquadrabile alla fine II secolo a.C. Come si evince dalla datazione il bothros
non è contestuale allo sfruttamento dell’area come zona di necropoli, dal
momento che l’ultimo periodo d’uso testimoniato dai corredi delle deposizioni
coincide con gli inizi del III secolo a.C. La quantità degli individui
sacrificati deposti nella fossa ma soprattutto la presenza tra questi di
alcuni animali che si ricollegano agli dei inferi od alle potenze ctonie,
fanno ipotizzare di trovarsi di fronte a quello che resta di un sacrificio
mirato alla desacralizzazione di un’area, che in passato era stata usata come
necropoli. Nel corso della fase finale dell’età repubblicana lo sfruttamento
agricolo della collina nell’ambito di una diversa organizzazione
territoriale, testimoniata dalla istituzione di villae rusticae nella
zona, mise di fronte alla presenza di sepolture violate dai lavori agricoli,
di qui l’esigenza di un rito che ridefinisse lo status di un
territorio. v Interventi liberi di altri partecipanti
al Convegno.
“Metodi e
strumenti”
(pannelli
presso la sede del CNR, il primo giorno dei lavori)
Paola
Moscati Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo
Antico, CNR – Roma I nuovi orizzonti dell’archeoastronomia. La recente fondazione della “Società Italiana di Archeoastronomia” (SIA: http://www.ca.astro.it/SIA/calendario.htm) e la pubblicazione della Rivista italiana di archeoastronomia hanno ravvivato l’interesse nei confronti di una disciplina che prevede, secondo la definizione di Anthony Aveni (New Directions in American Archaeoastronomy, Oxford 1988), un approccio interdisciplinare che combina l’astronomia con l’archeologia, l’iconografia e l’interpretazione dei testi antichi. S’intende pertanto analizzare l’argomento sotto quattro diversi aspetti: 1) definizione, obiettivi e diffusione, anche in ambito accademico, dell’archeoastronomia; 2) sistematizzazione di aspetti di carattere terminologico per l’approfondimento di specifiche questioni disciplinari; 3) strumenti e metodi di indagine nelle ricerche sul campo e apporto delle tecnologie informatiche; 4) presentazione di alcuni casi di studio, con particolare riferimento alle problematiche connesse con il templum celeste e con le sue implicazioni nella definizione dell’orientamento degli edifici e dei luoghi di culto. |